lunedì 14 luglio 2014

Viva il calcio europeo

Grenoble, 14 luglio 2014

Il gol partita di Mario Goetze. Reuters

Heidelberg (Germania), quindici anni fa. Mi siedo, col mio vassoio, ai tavolini all'aperto della mensa universitaria. Comincio a mangiare il mio piatto di carne con patate al forno, insolitamente appetitose. Arriva la mia amica Daniela, cilena: mi saluta, mi sorride e si siede di fronte a me, per chiacchierare e farmi compagnia. Gradisco la cosa: Daniela mi è simpatica e parla un ottimo tedesco. Il problema, semmai, è un altro: durante la conversazione, che coincide anche col mio pasto, lei attinge alle mie patatine. Non è che le assaggi, semplicemente: se ne mangia, una dopo l'altra, almeno la metà.
A un certo punto sbotto e le spiego il problema: io ho fame e lei si sta mangiando una buona parte (nel senso che si sta mangiando sia una parte considevole, s la parte migliore di ciò che ho ordinato) della mia cena.
La mia interlocutrice sembra un po' sorpresa, dunque provo a spiegare: - Se ho preso un piatto di carne con patate, è perché intendevo mangiarmelo. Se vuoi ne prendiamo un altro per te, così mangiamo in due.
A questo punto Daniela, senza smettere di sorridere, ammaliatrice, mi risponde in un modo che io non mi sarei mai aspettato: - Si vede che sei eurocentrico.
Eurocentrico? Non capisco. Segue una discussione, anche piuttosto accorata, su che cosa si voglia intendere, nello specifico, per eurocentrico.
Il fatto, in sintesi, è che in Cile, così come altrove in Sud America, non si ordina, non si mangia e non si beve individualmente. Se io ordino delle patatine, è chiaro che queste sono per me e per i miei amici. Stesso dicasi con la pizza e con le bevande.
A me, sulle prime, questo discorso non va giù: - Facile dire che bisogna dividere il cibo, quando lo hanno ordinato gli altri! - rispondo io, con una frecciata neanche troppo velata: le sto dando della scroccona impertinente. La sua mi sembra una bieca scusa per giustificare un atto insolente e maleducato.
Anni dopo, in Argentina, capisco ciò che intende Daniela.
E' il 2007 e sono con il mio amico Mariano in giro per Buenos Aires. Trascorriamo tutto il sabato notte fra bar e discoteche. Quando ordiniamo, mica ordiniamo ciascuno il suo cocktail: ordiniamo due-tre cocktail molto grandi (sul mezzo litro) che ci passiamo, sorso dopo sorso, come una canna. Siamo un gruppo di cinque-sei persone. Stessa cosa col mate: c'è uno che lo prepara e poi lo si passa, lo si comparte. E' un segno di amistad, mi dirà, tempo dopo, un altro amico argentino, Santiago. Tutto questo, aveva ragione Daniela, è sudamericano. Nel senso non che noi le cose non ce le dividiamo, ma che lì la condivisione è qualcosa di naturale, di istituzionale. Noi europei siamo più individualisti. In Italia ordiniamo separati perfino la pizza.

E' buffo come il calcio  ribalti le prospettive. Il Mondiale, alla fine, lo hanno vinto i tedeschi, la squadra col miglior collettivo, contro l'Argentina, la squadra col miglior giocatore (Messi, pallone d'oro del Mondiale, secondo la FIFA). La Germania che tiene palla, che costruisce di più, e l'Argentina, che riparte in contropiede, che sembra avere più guizzi.
Alla fine molti dicono: è stata equilibrata e forse avrebbe meritato di più l'Argentina. Condivido solo a metà: è stata sì equilibrata ma l'Argentina non ha meritato di più. Ha avuto sì almeno tre occasioni lampanti: Higuain, Messi, Palacio. Il problema è che le ha fallite tutte per mancanza di precisione. Goetze, al 113°, ha avuto invece la freddezza e la lucidità per infilare Romero con un tiro al volo strabiliante.
Dalla Germania, forse, ci si attendeva troppo: che ripetesse la partita col Brasile era semplicemente impossibile. L'Argentina, dal canto suo, aveva negli occhi proprio quell'incontro e ha opposto una buona difesa, guidata dal solito grande Mascherano. In attacco le sono mancati un po' di precisione e, soprattutto, Angel Di Maria, che era il calciatore offensivo più in forma.
La vittoria della Germania, del resto, è meritatissima. E' una vittoria che i tedeschi stavano costruendo da otto anni: da quando Grosso e Del Piero infransero il sogno dei ragazzi di Klinsmann di vincere i Mondiali in casa. Estromessi, quattro anni fa, da una zuccata di Puyol (significativo che proprio l'ex capitano Blaugrana, ieri, abbia portato la Coppa al Maracanà), quest'anno erano al culmine della preparazione, della concentrazione, della tecnica, della forza, dell'organizzazione. Ora o mai più.
E' una vera favola: Klose che gioca la seconda finale, dopo quella del 2002, e batte il record di reti (16) di Ronaldo proprio nel Paese di Ronaldo; Neuer che viene eletto miglior portiere della rassegna (io avrei dato il premio a Navas o a Howard); Loew che ottiene la consacrazione dopo il secondo posto a Euro 2008, il terzo a Sudafrica 2010 e la semifinale a Euro 2012; Goetze che, entrato dalla panchina, risolve l'incontro. La Germania che, dopo anni di vittorie solo sfiorate, spesso bastonata dall'Italia, si toglie la soddisfazione di vincere la rassegna più importante nel tempo del calcio (il Maracanà) per eccellenza, in casa di coloro contro cui aveva perso l'ultima finale (il Brasile, nel 2002), raggiungendo nel computo dei successi proprio la sua bestia nera (anzi, azzurra): l'Italia. E' una favola che merita di essere chiusa dalle parole, divenute ormai storiche, di Gary Lineker: Football is a simple game; 22 men chase a ball for 90 minutes and at the end, the Germans always win.

Per me è stata una serata eccellente: a Vizille, alla festa dei pompieri, in una piazza gremite, ho assistito alla finalissima davanti a un maxischermo, mangiando una porzione (individuale) di  moules frites e bevendo vino bianco freddo. Spiazzati dai supplementari, gli organizzatori dell'evento non hanno minimamente pensato di procrastinare i fuochi d'artificio a dopo la fine dell'incontro: hanno cominciato a sparare durante la partita e chi è fuggito per cercare la miglior posizione per vedere i fuochi si è perso la magia di Goetze, un lampo in una notte di calcio piuttosto noiosa.
Ho vissuto la serata collegato a due gruppi di amici: uno in Italia, uno in Germania. Abbiamo commentato la finale e gioito della vittoria dei tedeschi. A fine partita ho aperto il sito della Gazzetta e letto, sconsolato, titolo scontato e di cattivo gusto della rosea: Germania ueber alles. Qualcuno spieghi ai redattori quale sia il rapporto fra il popolo tedesco di oggi e il Nazismo.

In uno dei sempre più rari lampi di lucidità, Diego Maradona ha ammesso che Leo non meritava il Pallone d'Oro del Mondiale, che ha ottenuto per ragioni legate al marketing. Sono d'accordo. Meglio James Rodriguez, suggerito dal Pibe de Oro, o anche altri calciatori: nell'Argentina si sono distinti soprattutto Mascherano, Di Maria e l'insolitamente poco increscioso Romero. In generale, tutta la difesa argentina ha disputato un signor Mondiale.


Sono ormai tre Mondiali di fila vinti da una nazionale europea. La perfetta alternanza Europa-America, in precedenza, era stata spezzata prima dall'Italia (1934-1938), poi dal Brasile (1958-1962). Per la seconda volta consecutiva una squadra europea vince il Mondiale fuori dall'Europa e per la prima volta una squadra Europea viola il continente americano (l'inverso era avvenuto nel 1958, quando il Brasile del diciotenne Pelè si era imposto sui padroni di casa). Dopo due edizioni in cui la finale era stata tutta europea, una formazione sudamericana è tornata a giocarsi il titolo, perdendolo. Di questo mi rallegro: il calcio europeo è in salute. In Europa si disputano i campionati più ricchi e più belli ma l'Europa produce anche ottime generazioni di calciatori. E in Europa, non dimentichiamolo, è cresciuto calcisticamente Leo Messi, che in Argentina non ha mai giocato, se non forse nel cortile sotto casa.

Sarò individualista, ma a me il calcio tedesco piace. Pragmatico, efficace, implacabile, sostanziato di eccellente tecnica individuale, ben distribuita su tutta la squadra. La Germania sembra non avere né punti deboli né punti forti, il che la rende apparentemente inattaccabile: si fa male un campione? Dentro un altro, senza tragedie. Esce il totem (molto di più, in realtà) Klose, che ha dato tutto? Entra Goetze e ti risolve la partita. I tedeschi giocano con la palla che non si stacca da terra (vedi semifinale contro il Brasile), cosa che all'Italia non riesce per più di due passaggi di fila, con precise verticalizzazioni e con un uso morigerato e sapiente della circolazione di palla, dei passaggi orizzontali e dei retropassaggi (cose, come altre, in cui eccede il Brasile). Senza eccellenti qualità individuali, così come senza un eccellente collettivo (il che significa anche un eccellente direttore d'orchestra), un calcio così non lo giochi.

Questa squadra mostra la fragilità di certi schemi, di cui si è detto: a chi dare il Pallone d'Oro? Difficile scegliere, fra i tedeschi, perché nessuno spicca in un gruppo in cui sono tutti bravi. Così occorre pescare altrove: dove c'è il funambolo, dove c'è squilibrio, dove c'è qualcuno nettamente più forte degli altri. Abbiamo avuto la prova di quanto poco valgano, in definitiva, i premi individuali.

Salutiamolola, dunque, l'ultima eliminata, a pochi passi dal sogno:

  • l'Argentina, unica superstite sudamericana.

Quindici anni dopo lo ammetto: sono eurocentrico (e sono filotedesco). Aveva ragione Daniela, con cui siamo ancora buoni amici e di cui ho ricevuto una cartolina, neanche a farlo apposta, il giorno in cui l'Italia è stata eliminata.

Germania - Argentina 1 - 0 (Goetze)

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