lunedì 14 luglio 2014

Viva il calcio europeo

Grenoble, 14 luglio 2014

Il gol partita di Mario Goetze. Reuters

Heidelberg (Germania), quindici anni fa. Mi siedo, col mio vassoio, ai tavolini all'aperto della mensa universitaria. Comincio a mangiare il mio piatto di carne con patate al forno, insolitamente appetitose. Arriva la mia amica Daniela, cilena: mi saluta, mi sorride e si siede di fronte a me, per chiacchierare e farmi compagnia. Gradisco la cosa: Daniela mi è simpatica e parla un ottimo tedesco. Il problema, semmai, è un altro: durante la conversazione, che coincide anche col mio pasto, lei attinge alle mie patatine. Non è che le assaggi, semplicemente: se ne mangia, una dopo l'altra, almeno la metà.
A un certo punto sbotto e le spiego il problema: io ho fame e lei si sta mangiando una buona parte (nel senso che si sta mangiando sia una parte considevole, s la parte migliore di ciò che ho ordinato) della mia cena.
La mia interlocutrice sembra un po' sorpresa, dunque provo a spiegare: - Se ho preso un piatto di carne con patate, è perché intendevo mangiarmelo. Se vuoi ne prendiamo un altro per te, così mangiamo in due.
A questo punto Daniela, senza smettere di sorridere, ammaliatrice, mi risponde in un modo che io non mi sarei mai aspettato: - Si vede che sei eurocentrico.
Eurocentrico? Non capisco. Segue una discussione, anche piuttosto accorata, su che cosa si voglia intendere, nello specifico, per eurocentrico.
Il fatto, in sintesi, è che in Cile, così come altrove in Sud America, non si ordina, non si mangia e non si beve individualmente. Se io ordino delle patatine, è chiaro che queste sono per me e per i miei amici. Stesso dicasi con la pizza e con le bevande.
A me, sulle prime, questo discorso non va giù: - Facile dire che bisogna dividere il cibo, quando lo hanno ordinato gli altri! - rispondo io, con una frecciata neanche troppo velata: le sto dando della scroccona impertinente. La sua mi sembra una bieca scusa per giustificare un atto insolente e maleducato.
Anni dopo, in Argentina, capisco ciò che intende Daniela.
E' il 2007 e sono con il mio amico Mariano in giro per Buenos Aires. Trascorriamo tutto il sabato notte fra bar e discoteche. Quando ordiniamo, mica ordiniamo ciascuno il suo cocktail: ordiniamo due-tre cocktail molto grandi (sul mezzo litro) che ci passiamo, sorso dopo sorso, come una canna. Siamo un gruppo di cinque-sei persone. Stessa cosa col mate: c'è uno che lo prepara e poi lo si passa, lo si comparte. E' un segno di amistad, mi dirà, tempo dopo, un altro amico argentino, Santiago. Tutto questo, aveva ragione Daniela, è sudamericano. Nel senso non che noi le cose non ce le dividiamo, ma che lì la condivisione è qualcosa di naturale, di istituzionale. Noi europei siamo più individualisti. In Italia ordiniamo separati perfino la pizza.

E' buffo come il calcio  ribalti le prospettive. Il Mondiale, alla fine, lo hanno vinto i tedeschi, la squadra col miglior collettivo, contro l'Argentina, la squadra col miglior giocatore (Messi, pallone d'oro del Mondiale, secondo la FIFA). La Germania che tiene palla, che costruisce di più, e l'Argentina, che riparte in contropiede, che sembra avere più guizzi.
Alla fine molti dicono: è stata equilibrata e forse avrebbe meritato di più l'Argentina. Condivido solo a metà: è stata sì equilibrata ma l'Argentina non ha meritato di più. Ha avuto sì almeno tre occasioni lampanti: Higuain, Messi, Palacio. Il problema è che le ha fallite tutte per mancanza di precisione. Goetze, al 113°, ha avuto invece la freddezza e la lucidità per infilare Romero con un tiro al volo strabiliante.
Dalla Germania, forse, ci si attendeva troppo: che ripetesse la partita col Brasile era semplicemente impossibile. L'Argentina, dal canto suo, aveva negli occhi proprio quell'incontro e ha opposto una buona difesa, guidata dal solito grande Mascherano. In attacco le sono mancati un po' di precisione e, soprattutto, Angel Di Maria, che era il calciatore offensivo più in forma.
La vittoria della Germania, del resto, è meritatissima. E' una vittoria che i tedeschi stavano costruendo da otto anni: da quando Grosso e Del Piero infransero il sogno dei ragazzi di Klinsmann di vincere i Mondiali in casa. Estromessi, quattro anni fa, da una zuccata di Puyol (significativo che proprio l'ex capitano Blaugrana, ieri, abbia portato la Coppa al Maracanà), quest'anno erano al culmine della preparazione, della concentrazione, della tecnica, della forza, dell'organizzazione. Ora o mai più.
E' una vera favola: Klose che gioca la seconda finale, dopo quella del 2002, e batte il record di reti (16) di Ronaldo proprio nel Paese di Ronaldo; Neuer che viene eletto miglior portiere della rassegna (io avrei dato il premio a Navas o a Howard); Loew che ottiene la consacrazione dopo il secondo posto a Euro 2008, il terzo a Sudafrica 2010 e la semifinale a Euro 2012; Goetze che, entrato dalla panchina, risolve l'incontro. La Germania che, dopo anni di vittorie solo sfiorate, spesso bastonata dall'Italia, si toglie la soddisfazione di vincere la rassegna più importante nel tempo del calcio (il Maracanà) per eccellenza, in casa di coloro contro cui aveva perso l'ultima finale (il Brasile, nel 2002), raggiungendo nel computo dei successi proprio la sua bestia nera (anzi, azzurra): l'Italia. E' una favola che merita di essere chiusa dalle parole, divenute ormai storiche, di Gary Lineker: Football is a simple game; 22 men chase a ball for 90 minutes and at the end, the Germans always win.

Per me è stata una serata eccellente: a Vizille, alla festa dei pompieri, in una piazza gremite, ho assistito alla finalissima davanti a un maxischermo, mangiando una porzione (individuale) di  moules frites e bevendo vino bianco freddo. Spiazzati dai supplementari, gli organizzatori dell'evento non hanno minimamente pensato di procrastinare i fuochi d'artificio a dopo la fine dell'incontro: hanno cominciato a sparare durante la partita e chi è fuggito per cercare la miglior posizione per vedere i fuochi si è perso la magia di Goetze, un lampo in una notte di calcio piuttosto noiosa.
Ho vissuto la serata collegato a due gruppi di amici: uno in Italia, uno in Germania. Abbiamo commentato la finale e gioito della vittoria dei tedeschi. A fine partita ho aperto il sito della Gazzetta e letto, sconsolato, titolo scontato e di cattivo gusto della rosea: Germania ueber alles. Qualcuno spieghi ai redattori quale sia il rapporto fra il popolo tedesco di oggi e il Nazismo.

In uno dei sempre più rari lampi di lucidità, Diego Maradona ha ammesso che Leo non meritava il Pallone d'Oro del Mondiale, che ha ottenuto per ragioni legate al marketing. Sono d'accordo. Meglio James Rodriguez, suggerito dal Pibe de Oro, o anche altri calciatori: nell'Argentina si sono distinti soprattutto Mascherano, Di Maria e l'insolitamente poco increscioso Romero. In generale, tutta la difesa argentina ha disputato un signor Mondiale.


Sono ormai tre Mondiali di fila vinti da una nazionale europea. La perfetta alternanza Europa-America, in precedenza, era stata spezzata prima dall'Italia (1934-1938), poi dal Brasile (1958-1962). Per la seconda volta consecutiva una squadra europea vince il Mondiale fuori dall'Europa e per la prima volta una squadra Europea viola il continente americano (l'inverso era avvenuto nel 1958, quando il Brasile del diciotenne Pelè si era imposto sui padroni di casa). Dopo due edizioni in cui la finale era stata tutta europea, una formazione sudamericana è tornata a giocarsi il titolo, perdendolo. Di questo mi rallegro: il calcio europeo è in salute. In Europa si disputano i campionati più ricchi e più belli ma l'Europa produce anche ottime generazioni di calciatori. E in Europa, non dimentichiamolo, è cresciuto calcisticamente Leo Messi, che in Argentina non ha mai giocato, se non forse nel cortile sotto casa.

Sarò individualista, ma a me il calcio tedesco piace. Pragmatico, efficace, implacabile, sostanziato di eccellente tecnica individuale, ben distribuita su tutta la squadra. La Germania sembra non avere né punti deboli né punti forti, il che la rende apparentemente inattaccabile: si fa male un campione? Dentro un altro, senza tragedie. Esce il totem (molto di più, in realtà) Klose, che ha dato tutto? Entra Goetze e ti risolve la partita. I tedeschi giocano con la palla che non si stacca da terra (vedi semifinale contro il Brasile), cosa che all'Italia non riesce per più di due passaggi di fila, con precise verticalizzazioni e con un uso morigerato e sapiente della circolazione di palla, dei passaggi orizzontali e dei retropassaggi (cose, come altre, in cui eccede il Brasile). Senza eccellenti qualità individuali, così come senza un eccellente collettivo (il che significa anche un eccellente direttore d'orchestra), un calcio così non lo giochi.

Questa squadra mostra la fragilità di certi schemi, di cui si è detto: a chi dare il Pallone d'Oro? Difficile scegliere, fra i tedeschi, perché nessuno spicca in un gruppo in cui sono tutti bravi. Così occorre pescare altrove: dove c'è il funambolo, dove c'è squilibrio, dove c'è qualcuno nettamente più forte degli altri. Abbiamo avuto la prova di quanto poco valgano, in definitiva, i premi individuali.

Salutiamolola, dunque, l'ultima eliminata, a pochi passi dal sogno:

  • l'Argentina, unica superstite sudamericana.

Quindici anni dopo lo ammetto: sono eurocentrico (e sono filotedesco). Aveva ragione Daniela, con cui siamo ancora buoni amici e di cui ho ricevuto una cartolina, neanche a farlo apposta, il giorno in cui l'Italia è stata eliminata.

Germania - Argentina 1 - 0 (Goetze)

domenica 13 luglio 2014

Usurai e usurati

Grenoble, 13 luglio 2014


Brasile - Olanda, il film della partita

Avevi detto che non l'avrei vista, la finalina, e infatti sono andato con Raffaella a Vizille, a sentire una fanfara che suonava. Il concerto è finito verso le dieci e mezza, quando il Brasile era già sotto di due reti, e una ventina di minuti più tardi eravamo di ritorno a Grenoble. La tentazione, a questo punto, è stata troppo forte: ho rinunciato ad andare in centro per un secondo concerto e una birra e mi sono messo davanti al televisore, per guardare il secondo tempo dell'incontro più inutile dei mondiali.
Mi aspettavo un ritorno del Brasile, l'unica squadra che, avendo poco da vincere, aveva ancora molto da perdere. Vincendo la finalina contro una signora Olanda, i brasiliani avrebbero potuto far passare l'umiliazione patita contro la Germania come un black out passeggero, grave e inspiegabile, ma comunque isolato.
La partita di stasera, parlo limitatamente al secondo tempo, è stata invece sconcertante. Non un'azione degna di nota, non un tiro che abbia messo in difficoltà Cillessen, sostituito al novantesimo per dare un po' di gloria al terzo portiere. Il Brasile era flaccido, stanco nella testa più che nel fisico, confuso, scosso, frustrato. "Frustrazione" è la parola chiave che ha usato Thiago Silva, a fine partita, per descrivere lo stato d'animo della squadra. Tratteneva a stento le lacrime. Scolari aveva il volto cadente. Oscar sembrava un pulcino bagnato. Hulk un gigante inferocito contro non si sa chi. David Luiz un asino in mezzo ai suoni.
Gli olandesi erano sereni: facce sorridenti, rilassate, soddisfatte per aver chiuso con una buona prova. Torneranno a casa con un dignitosissimo terzo posto, che li conferma una potenza del calcio e che dà speranze per il futuro. E' una Nazionale che ha delle prospettive.
Il Brasile è da rifondare ed è fondamentale che lo faccia privandosi di Scolari. La ferita brucia troppo e lui sarà sempre associato alla più grande umiliazione nella storia del calcio brasiliano per recuperare autorevolezza e fiducia da parte del pubblico, dei giornalisti, dei vertici federali e dei calciatori. Deve cambiare aria.
Io non penso che sia tutta colpa sua, intendiamoci: la sconfitta di stasera conferma che ci sono dei grossi problemi in una formazione con poca qualità, che ha dovuto confermare calciatori che sembravano essere usciti dal giro: gli ex interisti Maicon, Maxwell, Julio Cesar e lo stesso Dani Alves, che non è più lo stesso di qualche anno fa. Un calciatore come Fred non è degno erede di Ronaldo e Romario: probabilmente non è neppure all'altezza del fabuloso Luis Fabiano.
Tutto ciò, ovviamente, non è colpa di Scolari. Possiamo discutere se fosse il caso di lasciare a casa Lucas o qualche altro giocatore, ma il fatto resta: il Brasile attuale, rispetto alle attese, è scarso.
Ciòc he si deve imputare a Scolari è la portata della sconfitta in semifinale e l'incapacità di frenare, non dico fermare il disastro. In generale, il Brasile non ha mai giocato tanto bene: ha avuto fortuna ed è stato graziato in più di una circostanza. In tutto e per tutto, il Brasile è una squadra usurata.

Per me questo è stato il Mundial di whatsapp e dei social network. Grazie a questi strumenti ho potuto condividere le emozioni della Coppa del Mondo non solo con chi mi era accanto fisicamente, a cominciare da Reza, ma anche con persone con cui ho condiviso la mia passione calcistica per anni, quando ero in Italia. Persone con cui ho condiviso sconfitte e vittorie, birre ghiacciate e pizze a portar via, urla sfrenate e il bagno nella Fontana di Trevi di otto anni fa. Su whatsapp ci siamo ritrovati e abbiamo commentato, abbiamo pronosticato, ci siamo presi in giro, scambiandoci i ruoli di vittime e di carnefici, un po' come accade nel calcio: a volte vinco io, a volte vinci tu.
C'è chi dice che questi mezzi di comunicazione allontanano, perché eliminano il contatto fisico e visivo. C'è chi dice che questo tipo di comunicazione genera incomprensioni e attriti, perché alcuni aspetti del messaggio, che passerebbero attraverso il canale orale, si perdono nella tastiera. I mezzi, in realtà, non sono che mezzi: sta a noi sfruttarli e non farci sfruttare, capirne le potenzialità e i limiti, farne strumenti positivi piuttosto che negativi. Tutto sta, come nel calcio, a scegliere da che parte stare: dalla parte degli usurai, come l'Argentina, che sfrutta le situazioni a proprio vantaggio (i lampi di Messi e Higuain, la stanchezza dell'Olanda, Romero che distrae Sneijder), o da quella degli usurati, come il Brasile: avventato nell'aprirsi, logoro quando si tratta di recuperare.
A buon intenditor, come si dice, poche parole.

Brasile - Olanda 3 - 0 (Van Persie rig., Blind, Wynaldum)

sabato 12 luglio 2014

Il calcio è un gioco di squadra

Grenoble, 12 luglio 2014


La noiosa finalissima di Italia - '90, Germania - Argentina, h avuto la fortuna di vederla allo stadio. La cosa che ricordo con piu' piacere di quella serata non riguarda direttamente l'incontro, ma cio' che lo precedette: il riscaldamento delle squadre.
In quel riscaldamento c'era l'essenza di due filosofie, di gioco e forse di vita: da una parte i tedeschi, che correvano perfettamente allineati e che svolgevano, diligentemente e in assoluta sincronia, gli esercizi ginnici; dall'altro gli argentini, a gruppi di due o di tre, ciascun gruppo facendo cose diverse. In quella masnada albiceleste spiccava, neanche a dirlo, Diego Armando Maradona: palla al piede, zampettava qua e la' per il campo con nonchalance, braccia penzoloni lungo il corpo. Palleggiava, stoppava, faceva percorrere al pallone traiettorie improbabili sul suo corpo, lo teneva in equilibrio sulla testa, poi sul collo del piede destro, poi sul sinistro, poi lo scagliava in aria, in verticale, e quando tornava a terra lo stoppava col culo. Si' ho detto bene: col culo.
A quel tempo Maradona lo odiavo. Mi era antipatico, aveva dato svariati dispiaceri alla Roma e pochi giorni prima mi aveva negato il sogno di veder giocare l'Italia in finale, dal vivo. Quando mi sarebbe ricapitato? Sto ancora aspettando.
Assistere al riscaldamento di Diego, tuttavia, mi ripago' della delusione: il controllo del pallone era assoluto, come quello di un dito o dei muscoli della bocca. Per Maradona palleggiare o calciare era naturale come articolare un suono o lavarsi le mani.
Sul prato dell'Olimpico era come se ci fosse solo lui: il plotone tedesco gli passava accanto, ripetutamente, con apparente indifferenza. I suoi compagni evitavano di disturbarlo, lasciando che lui, quando passava loro accanto, prendesse parte, per qualche secondo, ai loro torelli o ai loro esercizi.
Diego era il re.
Al fischio d'inizio le cose cambiarono radicalmente. La luce su Maradona si spense e Diego fu l'ombra del se' stesso di quattro anni prima. La Germania non gli permise di giocare e lui non fu capace di dare sostanza alle sue qualita' tecniche. L'Argentina gioco' male e perse la partita, tradita dal suo re.
A vincere fu la Germania. Lo fece grazie a un calcio di rigore contestato e senza fornire una prova all'altezza delle precedenti. Tuttavia, nell'arco dei 90 minuti e, piu' in generale, nel corso della manifestazione, i tedeschi furono piu' squadra. Lothar Matthaeus era il pragmatico leader di un gruppo d'acciaio: no un dio su un piedistallo, ma un primus inter pares.
Tutto questo per dire, per non dimenticare, che il calcio e' uno sport di squadra e non individuale. I commenti, le chiacchiere e i riconoscimenti ci portano a vederlo diversamente, come se stessimo parlando di tennis o di sci: chi è stato il man of the match, chi sarà il capocannoniere, chi ha vinto più Palloni d'oro, è stato più grande Pelè o Maradona.
Dev'essere una deformazione umana, quella di ridurre tutto all'individuo: più correttamente, dovremmo concentrarci sulle squadre, sul loro gioco e sui loro risultati. Ci piaccia o no, è sempre la quadra a vincere o a perdere.
Quel calciatore sopraffino che è stato Maradona, più volte evocato in queste righe, fu grande protagonista nel campionato italiano degli anni '80. Tuttavia, nella seconda metà del decennio (quella in cui il Napoli ottenne i risultati migliori: due campionati e una Coppa Uefa), il Napoli di Diego dovette arrendersi a una delle squadre migliori che io abbia mai visto giocare: il Milan di Sacchi. Gli si arrese, materialmente, in un Napoli - Milan 2 - 3 che è entrato di diritto nella storia del calcio italiano. E gli si arrese quanto a vittorie: il bilancio di Sacchi fu di un campionato, due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali. Il trio di olandesi, coadiuvati da un nucleo favoloso di calciatori italiani (Baresi, Maldini, Donadoni) vale più del pur inarrivabile Diego. Il quale, checché se ne dica, ciò che vinse non lo vinse da solo: c'erano Careca (ce lo avesse avuto il Brasile di quest'anno, un Careca...), Alemao (assente nella formazione del primo scudetto ma decisivo per la conquista del secondo, non foss'altro per il noto episodio della moneta), Ferrara, Giordano, Carnevale: degnissimi gregari, sebbene non pari ai rivali del Milan.
I singoli, per carità, esistono, ed è vero che possono imprimere alle partite un certo andamento. Il discorso sui singoli, tuttavia, andrebbe sempre relativizzato e inserito in un contesto più ampio, che spesso si salta. Anche perché giudicare i singoli fuori dal contesto non è possibile.
Uno dei più grandi calciatori africani di sempre, George Weah, non ha mai giocato un Mondiale. Ciò costituisce una pecca nella sua carriera? Probabilmente sì, perché un Mondiale è il top (o almeno lo era in passato). Tuttavia, non è certo per suo demerito che non vi abbia partecipato: la Liberia era una squadra talmente scarsa che il centravanti del Milan vi giocava come libero. Non hanno mai partecipato e probabilmente non vi parteciperanno mai Ryan Giggs e Gareth Bale, per ragioni simili e l'elenco potrebbe continuare. Pelè, l'uomo più titolato del mondo e colui che molti ritengono essere stato il calciatore più forte di tutti i tempi, deve i suoi successi anche al Paese dove è nato. Fosse stato partorito in Congo, probabilmente sapremmo più nemmeno chi è.
Ha più senso parlare di Messi o Ronaldo o del Barcellona di Messi e del Real Madrid di Ronaldo? Spesso si tralascia il contesto.
Forse bisognerebbe istituire un Pallone d'Oro per una squadra, Nazionale o di Club.
E' così che dobbiamo inquadrare anche la partita di domani: due squadre contro. Una, certamente, meno forte sul piano del collettivo, ma con un calciatore tecnicamente superiore a tutti gli altri. L'altra con uomini mediamente migliori e un gioco più efficace. Non si tratta di chiederci tanto se Messi sarà in grado di fare la differenza, quanto se l'Argentina saprà metterlo in grado di farla, la differenza. Se saprà resistere all'impatto della corazzata tedesca (in caso contrario anche le eventuali prodezze della Pulce potrebbero essere inutili) e se saprà dare palloni giocabili, mettendolo in condizione di fornire assist o di andare in porta. Serviranno entrambe le cose: Messi e la squadra, la squadra e Messi.
L'Argentina dovrà fare una partita difensiva: aprirsi alla Germania sarebbe letale.

E' stato designato l'arbitro della finale: sarà Nicola Rizzoli. E' una designazione che mi lascia un po' perplesso: se penso che succede a Webb (quanto mi sarebbe piaciuto vedere di nuovo lui, dopo quattro anni!) e che l'ultimo arbitro italiano a dirigere la finale fu Collina, sono colto dalla tristezza.

Stasera si giocherà la finalina e io, come spesso in passato, non la guarderò. Andrò a Vizille, fuori Grenoble, a sentire la fanfara: un uso migliore del mio tempo libero.
La finalina, lo scrivo ogni quattro anni, è una gara che non ha alcun senso, se non per le riserve che dovessero trovarvi spazio (praticamente come una gara di fine campionato o un'amichevole) o per chi dovesse avere l'ambizione di diventare capocannoniere. In questo caso, gli unici a poterci provare sarebbero gli olandesi: a Robben e a Van Persie servirebbe una tripletta per raggiungere il colombiano Rodriguez e addirittura un poker (ma dubito che il Brasile concederà un'altra goleada, dopo la semifinale disastrosa di qualche giorno fa) per staccarlo. Ci sarebbe poi da vedere che cosa capiterà a Rio, domani, con Mueller a 5 e Leo a 4 reti.
Al Brasile la finalina potrebbe servire per riconquistare il suo pubblico. Dovranno ritrovare sé stessi e fare di tutto per vincere: per salvare l'onore sportivo con un terzo posto che lascerà, comunque, l'amaro in bocca.
Resterà, in ogni caso, una partita inutile.


venerdì 11 luglio 2014

Il profeta che è in me

Grenoble, 11 luglio 2014


L'oracolo che è in me, confesso, gongola. Sono preso in giro per la mia incapacità di formulare pronostici e giudizi attendibili da circa un decennio: certe mie (presunte) cantonate sono entrate nella storia e hanno fatto di me una sorta di profeta al contrario. La colpa di questa cattiva fama non è mia, in realtà, ma ricade su un (ormai ex) calciatore marocchino di nome Houssine Kharja.
Kharja era un centrocampista marocchino, non privo di una certa tecnica, che ha giocato a lungo nei campionati italiani. Dopo alcuni anni di cadetteria a Terni, nel 2005/2006 approdò alla Roma. Il 25 marzo del 2006, durante un acceso (come sempre) Juventus - Roma, osai etichettare Kharja come "pippa" o qualcosa del genere. Dopo pochi minuti, neanche m avesse sentito, il regista africano segnò il gol del pareggio e mi fece coprire di ridicolo dai presenti.
Da allora ogni mio pronostico sbagliato resta scolpito nel marmo ed è motivo di scherno: Federico, pochi giorni fa, ha ritrovato una vecchia email la "mia" vincitrice del Mondiale 2006: la Repubblica Ceca (uscita invece alla terza partita, per mano dell'Italia).
Non sono un fenomeno, lo riconosco, ma qualcuna la prendo: nel 2004, pochi secondi dopo il triplice fischio che mi se fine alla finale di Euro 2004, mi rammaricai che la Grecia, freschissima campione d'Europa, (probabilmente) non avrebbe figurato fra le partecipanti alla successiva Coppa del Mondo: il che fu.
Io resto, tuttavia, quello che snobbò Kharja poco prima che segnasse il gol del pareggio a Torino.
Finora sono piuttosto soddisfatto del mio bilancio: sia nel complesso, sia come progressione. Qualche numero, prima delle finali: su 48 incontri della prima fase, ho indovinato il risultato esatto solo una volta (Uruguay Inghilterra 2 - 1), ma altre 24 volte ho indovinato la vincitrice oppure la parità. Di 5 squadre (Camerun, Australia, Honduras, Argentina e Nigeria) ho indovinato posizione di classifica e punti; di altre 10 ho indovinato solo la posizione di classifica; di tre squadre (Uruguay, Inghilterra e Ghana) ho indovinato la qualificazione o l'eliminazione, senza però individuare l'esatta posizione nella classifica. Di 14 squadre (fra cui l'Italia e, quasi ovviamente, la Spagna) non ho indovinato proprio nulla.
Quanto agli ottavi di finale, nove squadre fra quelle che avevo pronosticato vi hanno effettivamente preso parte, otto delle quali nella posizione che avevo immaginato. Di un solo ottavo di finale non ho indovinato nulla: Colombia - Uruguay, che per me avrebbe dovuto essere Costa 'Avorio - Italia. In un caso, la qualificazione del Brasile ai quarti, ho indovinato il risultato esatto (1 - 1 e vittoria brasiliana ai calci di rigore), ma senza indovinare l'avversaria dei verdeoro (che per me avrebbe dovuto essere la Spagna e non il Cile).
Cinque delle otto squadre che hanno giocato i quarti erano quelle del mio pronostico (Brasile, Francia, Germania, Olanda e Argentina, di cui ho indovinato anche la posizione nel tabellone); in tre casi ho indovinato la vincitrice, fallendo la sola Olanda, chhe avrebbe dovuto essere eliminata dall'Uruguay. Del Brasile, nnuovamente, ho indovinato il risultato (2 - 1) ma non l'avversaria (Colombia e non, come avevo ottimisticamente pensato io, Italia). Di Francia - Germania ho indovinato la vincitrice ma non il risultato (0 - 1 e non 3 - 1).
Nel mio tabellone delle semifinali c'è solo un elemento estraneo rispetto alla realtà: l'Uruguay al posto dell'Olanda. Ho comunque indovinato entrambe le vincintrici, dunque la composizione della finalissima (Germania - Argentina) e metà della finalina (Olanda, e non Uruguay, contro il Brasile).
Il bilancio per questa seconda fase, al netto delle finali, è il seguente: 2 risultati indovinati più 7 vincitrici indovinate su 14; 17 piazzamenti nel tabellone (su 24), di cui 14 con la posizione esatta e 3 no (Svizzera, Uruguay e Francia).
Ho sicuramente fallito il pronostico sul capocannoniere, ma a togliermi le speranze è stato l'infortunio di Neymar, che è stato in corsa fino ai quarti di finale.

Mi resta da pensare, come di consueto, a chi vincerà il Pallone d'Oro. E' una cosa che faccio verso la fine della rassegna, di solito, e quest'anno è quanto mai difficile. I dominatori delle ultime edizioni, Messi e Ronaldo, saranno sicuramente in lizza. Non senza handicap, tuttavia: Ronaldo ha trionfato, da protagonista, in Champions League e in Coppa del Re. E' stato pichichi nonché capocannoniere della Champions, con un numero impressionante di reti (17). Al Mondiale, come tutta la sua Nazionale, ha deluso.
Leo è reduce da una stagione che sarebbe di tutto rispetto per qualsiasi altro calciatore, ma non per lui: non ostante 28 gol nel solo campionato, la Pulce non ha vinto che la Supercoppa di Spagna. Ai Mondiali è stato alterno: ha alternato fiammate eccezionali a prestazioni meno brillanti, come quella  in semifinale. Ha segnato quattro reti ed è ancora in corsa sia per la vittoria finale, sia per il titolo di capocannoniere della manifestazione. Si giocherà tutto a Rio, domenica.
Luis Suarez, co-vincitore della Scarpa d'Oro (31 reti in Premier, tante quante quelle di CR7 nella Liga), non ha speranze: troppo precoce l'eliminazione della Celeste dai Mondiali ma soprattutto troppo scalpore ha destato il morso a Chiellini.
Neymar sarebbe stato un candidato autorevole, ma solo a condizione di fare un grande Mundial (la sua stagione al Barça non è stata eccezionale): sono usciri di scena troppo presto, lui e la Seleçao. Altri brasiliani papabili, francamente, non ne vedo.
In caso di vittoria del titolo, i tedeschi che potrebbero aspirare al riconoscimento sarebbero molti: Mueller, in lizza per il titolo di capocannoniere (sarebbe la sua seconda volta); Hummels, che ha sfornato prestazioni ottime e segnato due reti: è un difensore, d'accordo, ma otto anni fa vinse Cannavaro; Neuer, grande perfino contro il Brasile, quando non ce n'era bisogno; Klose, per cui sarebbe un (meritato) riconoscimento alla carriera. Più indietro, ma non senza speranze, vedo Schweinsteiger (l'anima del centrocampo della Nazionale e del Bayern, con cui ha vinto la Bundesliga dei record), Khedira (colonna portante della Germania e del Real, con cui ha vinto la Champions) e Oezil, il più talentuoso dei suoi. Nessuno, in assoluto, spicca sugli altri, ma la finale potrebbe fare la differenza.
Negli argentini, oltre a Messi, dico due nomi: Mascherano e Di Maria.
E' d'obbligo un'altra menzione: quella di James Rodriguez, colombiano, una delle rivelazioni (l'unica?) del torneo. Attualmente e' capocannoniere, ma non e' impossibile che Messi o Mueller lo appaino o addirittura lo superino, nel qual caso non avrebbe piu' alcuna chance. Ne ha gia' poche, in realta': talento cristallino, e' uscito anche lui troppo presto e, nell'ultima prova contro il Brasile, ha offerto una prestazione opaca, salvata solo dal gol su rigore.
Escludo, quasi categoricamente, che possa vincere un olandese.

Mai come in questo caso, dunque, conterà la finale. Se nessun nome dovesse brillare allora anche CR7 potrebbe giocarsi le sue carte. Quattro anni fa, del resto, Messi (eliminato precocemente con l'Albiceleste e protagonista di un Mundial anonimo) la spuntò su Iniesta, autore del gol decisivo contro l'Olanda, per cui tutto è possibile.

In attesa della finale, quella che ho pronosticato io, lasciatemi gongolare ancora un po' e ricordarvi che Kharja, ex centrocampista di 32 anni, nella Roma segnò solo quella maledetta rete a Torino.


giovedì 10 luglio 2014

Il fantasma di Carneade

Grenoble, 10 luglio 2014

Cilleseen in lacrime. Al portiere oranje non è riuscito di ripetere l’impresa di Krul. Getty Images

La sintesi è tutta lì: in quelle mani piegate dal destro rabbioso di Maxi Rodriguez, potente ma centrale, a mezza altezza, come non si dovrebbe mai tirarlo, un calcio di rigore. Il pallone rimbalza su quelle dita guantate, cambia traiettoria e va a sbattere sulla parte infriore della traversa, per finire inesorabilmente in rete. Cillessen, biondo e diafano, cade in ginocchio davanti alla porta e si arrende: in finale ci andrà l'Argentina.
Le telecamere, astute e impietose, cercano Tim Krul, il Carneade diventato eroe; lo avevano già fatto, in questo prevedibili, al momento del terzo cambio, quando van Gaal aveva inserito Huntelaar al posto di Van Persie. In quel momento Krul ha capito che per lui non ci sarebbe stata nuova gloria.
Confesso che, infreddolito da un tempo che ha poco di estivo, in quel momento non ho capito nemmeno io le intenzioni di Van Gaal: inserire un attaccante fresco per provare a forzare la difesa argentina, evitando i rigori? Benissimo, ma perché farlo così tardi? Giocarsi la carta Huntelaar perché è un rigorista (il quale, fra l'altro, non ha potuto nemmeno tirarlo, il suo rigore)? Altrettanto bene, ma perché escludere Van Persie, che probabilmente avrebbe potuto sostituire il legnoso Vlaar (più a suo agio con le scivolate che coi calci di rigore)? Sono domande cui non so dare risposta: è possibilissimo che la Volpe abbia cambiato le proprie intenzioni in corsa, per esigenze venute a manifestarsi durante l'incontro. Ci sono variabili delle quali, dall'affollata terrazza di un pub irlandese di Grenoble, non è possibile tener conto.
Questi Mondiali, ad ogni modo, dimenticheranno Cillessen, ma Cillessen non dimenticherà questi Mondiali. Quelli in cui è stato surclassato, nel confronto più importante, dal suo secondo, il Carneade Tim Krul, che ora tutta l'Olanda ricorderà per ciò che ha fatto e per ciò che avrebbe potuto fare. Nella mente di qualsiasi tifoso oranje scorrerà il filmato di una seconda serie di tiri di rigore in cui lo spilungone del Newcastle li prende tutti, a cominciare da quello di Messi.

Già, Messi: tutti attendevano lui, in questa semifinale, a emulare il Diego di quasi trent'anni fa. Leo, diciamocelo francamente, ha fatto poco. Ingabbiato alla perfezione dagli avversari, non ha praticamente mai tirato in porta (salvo su punizione) né sfornato assist memorabili. In una serata difficile ha fatto il suo, come chiunque altro, senza acuti. L'assenza di Di Maria, l'argentino più ispirato della rassegna, si è fatta sentire: con Messi lontano dalla porta, poco ispirato e bloccato da Van Gaal, i rifornimenti per Higuain sono stato gravemente insufficienti.
In una partita brutta, a ritmi bassi e con poco gioco di qualità, ha vinto comunque la squadra più meritevole: quella che, nell'arco dei 120 minuti, ha attaccato di più e creato le migliori occasioni. L'Olanda ha concentrato tutti i propri sforzi nel bloccare La Pulce, dimenticando i supplementari contro il Costa Rica e affievolendosi pian piano. L'Argentina, dal canto suo, non ha saputo far valere la maggior freschezza, vedendosi costretta ad arrivare ai calci di rigore.
I  giornali esaltano Romero, che due rigori li ha effettivamente parati. Per me l'eroe della serata è stato Mascherano, riportato da Sabella in difesa e autore di una prova di grande sacrificio e quantità. Senza il suo salvataggio in scivolata su Robben, nel finale, non ci sarebbe stata gloria nemmeno per Romero.

A questo punto, tifo a parte, è impossibile non vedere la Germania favorita: più organizzata, più tecnica, più robusta e, dopo le semifinali, più riposata. Quella contro il Brasile è stata poco più che una sgambata defatigante, mentre gli argentini dovranno smaltire l'acido lattico della battaglia di San Paolo, con un giorno in meno a disposizione.
L'impegno maggiore di Loew dovrà essere psicologico: contenere i postumi della sbornia di martedì e convincere i suoi (consci di essere favoriti) che la finale sarà ben più dura e per nulla esente da rischi.
Anche ventiquattro anni fa, a Italia '90, la Germania di Beckenbauer era più forte, nel collettivo, dell'Argentina di Bilardo, che si affidava all'estro di  Maradona. I tedeschi avevano condotto una marcia non dico trionfale, ma comunque convincente, messi in difficoltà dalla sola Inghilterra (in semifinale), con cui era finita ai rigori. Gli argentini, invece avevano stentato: sconfitti all'esordio dal sorprendente Camerun, si erano qualificati per il rotto della cuffia, come migliore terza (col regolamento attuale sarebbero stati estromessi dagli ottavi di finale), avevano cambiato il portiere in corsa (Goicoechea per Pumpido). Avevano beffato il Brasile grazie a un'invenzione di Diego, lesto a servire Caniggia, e avevano superato Jugoslavia e Italia solo ai tiri di rigore. Ero all'Olimpico e ricordo la brutta e noiosa finale di un campionato del mondo abbastanza noioso (quello meno prolifico in termini di reti segnate a partita). Non ostante la differenza di valori in campo e non ostante un Diego apatico, mai in partita, la Germania vinse solo grazie a un rigore concesso generosamente dall'arbitro e trasformato da Brehme, nel finale.

Nulla, in una finale, è scontato e io la mia l'ho detta all'inizio: vincerà l'Argentina con un gol della Pulce, che solleverà la coppa Fifa al Maracanà.

Olanda - Argentina 2 - 4 (dopo i calci di rigore)

mercoledì 9 luglio 2014

O Mineiraço (o difesa della Germania)

Grenoble, 9 luglio 2014

Alcune partite di calcio, pur facendo parte di manifestazioni più ampie, fanno storia a sé. Italia - Germania 4 - 3, considerata "la partita del secolo", è un Mondiale all'interno del Mondiale di Messico '70 (semifinale). Il "miracolo di Berna" (finale, Svizzera 1954) vide i tedeschi (dopati?) trionfare, a sorpresa, sull'Ungheria di Puskas, Hidegkuti e Kocsis, una delle formazioni più forti di tutti i tempi. La "notte di Marsiglia" (semifinale, Spagna '82) sarà ricordata per una battaglia avvincente, per la prima serie di tiri di rigore della storia dei Mondiali (vinse la Germania) e per l'uscita di Schumacher ("Toni") sul francese Battiston, che perse qualche dente e rimase un paio di giorni in coma. L'elenco potrebbe continuare in vario modo ma c'è un incontro che, di sicuro, non mancherebbe: il Maracanazo del '50. Quella che, fino a ieri, era stata la più cocente sconfitta nella storia del Brasile, accolta da tutto il Paese come un colpo al cuore. Una tragedia che costò la vita a novanta persone, 34 delle quali si tolsero la vita (alle altre non resse il cuore), e che condannò Moacir Barbosa, celebre portiere, a vivere il resto della vita come un traditore della patria. A morire, cinquant'anni dopo, ancora da reietto.
A quella tragedia, sportiva e non, si deve anche la nascita della divisa verdeoro: nuovi colori per dimenticare.
Anche per questo il Mondiale di quest'anno doveva essere importante per il Brasile: per archiviare il Maracanazo, consegnandolo definitivamente alla storia, e legare il più grande e celebre stadio del mondo a  un trionfo in Coppa del Mondo della Seleçao. Per togliere dalla bocca quel sapore amaro che, dal 1950, ogni tanto ancora tornava su.


La partita di ieri, in un certo senso, ha davvero cancellato il Maracanaço, ma per sostituirlo con un dolore ancora più grande, sebbene (per fortuna) solo sportivo. Perché se il Maracanazo, in fondo, non fu che una sconfitta inaspettata, il Mineirazo (così, probabilmente, ricorderemo la semifinale di ieri negli anni a venire) rappresenta l'umiliazione, l'annientamento, il crollo di ataviche certezze.
Commentare tecnicamente la disfatta dell'8 luglio 2014 (ventiquattro anni dopo la finale di Italia '90, ripeto) non è quasi possibile e, se possibile, è quasi superfluo. Io, anche in vista della finalissima, preferisco concentrarmi su fatti secondari.

Più persone, quanto meno in Italia, si sono indignate per l'arrogante insistenza con cui la Germania avrebbe infierito sul cadavere del Brasile, nel secondo tempo. Quella di ieri, secondo qualcuno, sarebbe una vittoria senza onore.
Non sono d'accordo, per almeno dieci ragioni che ho già condiviso con un gruppo di amici e che ripropongo di seguito:

1) la Germania ha giocato a ritmo basso per tutta la partita, al punto tale che, nei primi 5 minuti, temevo che ciò favorisse il Brasile (che sul ritmo basso fonda, da sempre, il proprio gioco). Ha continuato a farlo anche nella ripresa; ripresa in chi ha cominciato perfino a sbagliare qualcosa (ha cominciato già nel primo, in realtà, anche se era difficile accorgersene), altrimenti avrebbe potuto vincere 10 - 0. Non lo si dice per dire: la doppia cifra, nel contesto specifico, era davvero alla portata dei tedeschi;

2) nel secondo tempo il Brasile ha cominciato a giocare bene e c'è voluto un Neuer eccezionale, nei primi minuti, per evitare alla Germania di prendere gol (i verdeoro ne avrebbero potuti segnare almeno un paio). Logico, dunque, che gli uomini di Loew abbiano continuato a giocare, per evitare di rischiare anche lontanamente che il miracolo del primo tempo fosse sciupato. Contro un Brasile già allo sbando, per di più riversato in attacco alla ricerca del gol della bandiera, un paio di reti era il minimo che la Germania di ieri potesse segnare;

3) a riprova di quanto detto in (1), nel secondo tempo la partita è finita 2 - 1 per la Germania che, non ostante la manifesta superiorità, deve ringraziare il proprio portiere per il parziale limitatamente positivo;

4) i due gol del secondo tempo li ha segnati Schuerrle, entrato a partita in corso: logico che avesse voglia di combinare qualcosa di buono. Innanzi tutto, perché quando ti ricapita di segnare in una semifinale mondiale? In secondo luogo, per guadagnarsi la fiducia del tecnico per la finalissima;

5) nessuno dei tedeschi ha avuto un atteggiamento irriverente nei confronti dei brasiliani. Nessun giochetto lezioso, nessuna presa per i fondelli, nessun cambio che sottolineasse la superiorità degli uni nei confronti degli altri e, al termine della partita, baci e abbracci da tutti e per tutti. C'è stato molto fairplay ieri sera: forse pure troppo. Che i brasiliani abbiano finito la partita con un solo ammonito è quasi sconcertante. In manifesta difficoltà, i difensori e i centrocampisti avrebbero dovuto picchiare come fabbri, almeno nel primo tempo: non per fare male, ma per difendersi. Le uniche eccezioni al citato fairplay che io ricordi sono le intemperanze di Mueller e quelle di David Luiz, oltre alle simulazioni di Fred, di Maicon e di non ricordo chi altro. Anche su questo fronte ha vinto la Germania;

6) uno, dal divano di casa, dice che sul 5 - 0 puoi stare tranquillo. Tendenzialmente è così, ma il calcio ha visto già rimonte che sembravano incredibili: il Milan ne subì 2 clamorose in Champions, una a La Coruna e un'altra, ai limiti del reale, a Istanbul (altra partita che meriterebbe di stare in un qualsiasi elenco di incontri memorabili). La Roma ne subì una contro l'Inter, in Supercoppa Italiana (da 3 - 0 a 3 - 4). D'accordo, non parliamo di uno 0 - 5, ma i limiti sono fatti per essere superati. Se la concentrazione cala, se le gambe mollano, specie a questi livelli, puoi subire facilmente due gol in pochi minuti (e il Brasile, va detto, al gol ci è andato molto vicino, in apertura di ripresa), dopodiché non è facile ricomporsi, gli avversari prendono coraggio e allora ti sei complicato inutilmente la vita. Diciamo che è impossibile recuperare da uno 0 - 5 solo perché non lo abbiamo mai visto, non perché vi siano oggettive ragioni di ritenerlo impossibile. La volta che capita sposteremo l'asticella dell'impossibile più in alto ancora;

7) sicuro che smettere di giocare e fare melina a centrocampo sia davvero l'atteggiamento più sportivo? Io non credo che il Brasile lo avrebbe davvero apprezzato. Né i calciatori, né l'allenatore, né i tifosi (di sicuro non il mio amico Thiago);

8) pochi lo sanno, ma l'arbitro può perfino punire col fallo contro e coi cartellini la squadra che fa melina per far trascorrere i minuti. C'è un precedente nel campionato italiano: una partita della Cremonese contro non ricordo chi. Meline storiche, ai mondiali, non mancano: Germania - Austria nel 1982 (mi pare), Italia - Messico nel 2002, per citare due casi. Non sono ricordi esaltanti, per nessuno;

9) smettere di giocare non è la prassi, per lo meno in campo internazionale. Nel 2007 la Roma, a Manchester, subì una sconfitta di identiche proporzioni a quella del Brasile di ieri. Nessuno si indignò per l'implacabile vena realizzativa dei ragazzi di Ferguson. A livello di Mondiali ricordo risultati ancora più rotondi di quello di ieri (un 8 - 0 della Germania sull'Arabia Saudita, con quattro gol di Klose, nel 2002). In questo Mondiale l'Olanda, contro la Spagna, non ha smesso di giocare sul 5 - 1, quando il risultato era acquisito. Le uniche polemiche di questo tipo le ricordo dopo un Roma - Siena (mi pare), in cui Spalletti fu accusato di non aver "fermato" i suoi, facendo subire ai toscani un'umiliazione eccessiva;

10) si contestano le reazioni dei tedeschi: le esultanze di Schurrle dopo il sesto e il settimo gol e lo sfogo di Neuer dopo la rete della bandiera di Oscar. Il bello, a proposito di esultanze, è che ci si sorprende anche della fredda esultanza in occasione delle prime reti tedesche. In altre parole: o è troppo o è troppo poco. La verità, credo, è che l'esultanza è un fatto tanto più bello quanto più spontaneo. Le esultanze di Schurrle sono rimaste assolutamente entro i confini della norma e del buon gusto. Chiedere a un calciatore, entrato dalla panchina, di non manifestare la propria gioia per una doppietta segnata contro il Brasile, in Brasile, in una semifinale mondiale, è come togliere l'anima al calcio. Quanto a Neuer, è rimasto concentrato per tutto l'incontro e, dopo una serie di parate di altissimo livello, si è visto battere al novantesimo: la sua reazione è stata uno sfogo del tutto naturale e, anche in questo caso, contenuto entro i limiti della decenza.

Bisogna saper vincere: la Germania lo ha saputo fare. E bisogna anche saper perdere: onore al Brasile, in questo senso. Non ho sentito accampare scuse e non ho visto, nel secondo tempo, falli di frustrazione, nervi a fior di pelle, istinti di vendetta. Le intemperanze di David Luiz sono quasi veniali, se pensiamo all'entità della socnfitta. Le lacrime dei brasiliani sono umanissime e gli abbracci fra i componenti delle due squadre e delle due panchine, a fine gara, sono sinceri.

Stasera Olanda e Argentina si giocano l'accesso alla finalissima, per provare a fermare la Germania. L'Olanda gioca un calcio più spettacolare e, in assoluto, più convincente; ha le sue armi migliori distribuite su un numero più alto di uomini-chiave (Sneijder, Robben Van Persie su tutti) e un allenatore eccezionale. L'Argentina, dalla sua, ha il calciatore più forte del mondo e, almeno in linea teorica, gambe più fresche. La sfida di Sabella sarà scegliere la posizione di Messi: alle spalle di Higuain, a creare occasioni per il ritrovato Pipita, oppure più vicino alla porta, per sfruttare le sue incredibili doti realizzative? Il calcio è un gioco collettivo: da solo, le partite, non le vincevano neppure Pelè o Maradona. Messi dovrà essere messo in condizione di nuocere alla difesa avversaria: avere palloni giocabili dalla tre quarti in su, per sfornare assist o per andare in porta. Starà a lui, poi, mantenere le attese.
Quanto a Van Gaal, la chiave della sua partita starà soprattutto nel bloccare i rifornimenti alla Pulce.
Pur confermando il mio pronostico, vedo l'Olanda leggermente favorita.

Chi può dire quale sarà il futuro: magari, dopo il Mineirazo (esiste già una voce su Wikipedia) abbandoneranno la casacca verdeoro. Ieri sera la Seleçao e il suo popolo hanno perso tanto: in primis, l'illusione di essere i più forti. Ma Scolari, il triste Felipao, il dio caduto (dall'altare di Yokohama alla polvere di Belo Horizonte), può ancora consolarsi e consolare i suoi, in vista della finalina. Può guardarli in faccia, da Julio Cesar a David Luiz, da Dante a Fred, da Hulk a Willian, e ripetere le parole pronunciate da Francesco I di Francia in occasione della battaglia di Pavia (1525): "Tutto è perduto, fuorché l'onore".

Brasile - Germania 1 - 7 (Mueller, Klose, Kroos, Kroos, Khedira, Schuerrle, Schuerrle, Oscar)





martedì 8 luglio 2014

Il teorema di Thiago

Grenoble, 8 luglio 2014

La tentazione di pensare alla storia è forte. In campo, fra poche ore, scenderanno le due nazionali che più di tutte sono andate in fondo a questa manifestazione, edizione dopo edizione. All'attivo hanno quattordici finali, sette a testa, ma il Brasile ne ha perse solo due, la Germania 4 (l'ultima vittoria risale esattamente a 24 anni fa: 8 luglio 1990). Il conto potrebbe essere in parità se solo i tedeschi, a Yokohama (2002), l'avessero spuntata su Ronaldo e compagni.
Le ragioni per cui io tiferò Germania sono molteplici e alcune di queste, più che al fatto sportivo, attengono alla mia storia personale. La Germania, per me, resta una stella polare, anche se il progetto di andarci a vivere, a lavorare, pare tramontato. E' una montagna che non sono riuscito a scalare: non fino alla vetta.
La Germania è il Paese in cui, per la prima volta lontano da casa, mi sono sentito per la prima volta un uomo adulto. L'ho sentita così mia che, nei viaggi fra Heidelberg e Roma che ho compiuto fra il 1998 e il 1999, non sapevo mai quale fosse la partenza e quale fosse il ritorno. Lasciavo casa per andare a casa.
La Germania è il Paese in cui ricordi di aver pianto per la prima volta da maggiorenne. Ero appena arrivato alla Rehaklinik situata sul Koenigstuhl, "il trono del re", una collina sulle cui pendici si erge il castello di Heidelberg. Era notte e non si sentiva che il soffio del vento. Sentivo una solitudine nuova penetrarmi le ossa; camminavo nel bosco, senza addentrarmici troppo, e versavo lacrime che non sapevo di avere. L'ultima volta che avevo pianto era stata nel 1994, al primo gol di Roberto Baggio contro la Nigeria.
In Germania ho avuto per la prima volta la sensazione di svegliarmi da un lungo sonno e di avere la mia vita in mano. Si tratta di una sensazione che ho conosciuto diverse altre volte, ma la prima volta avvenne nella primavera del '99.
In Germania ho avuto la mia prima casella di posta elettronica (f.bianco@ix.urz.uni-heidelberg.de), la prima casella webmail (kranio77@hotmail.com, ancora attiva) e il mio primo sito web (di cui non ricordo l'URL).
In Germania ho bevuto la mia prima birra e sfasciato la prima e finora unica automobile di cui sia mai stato proprietario.
In Germania ho imparato (male) il tedesco.
In Germania ho amato e tradito.

In Germania stabilii di ritornare almeno una volta all'anno, per il resto dei miei giorni. Finora ci sono riuscito sempre tranne una volta.
In Germania, nel corso di viaggi successivi al 1999, ho visto partite importanti: buona parte del Mondiale del 2006, compreso (dal vivo) l'esordio degli Azzurri contro il Ghana (2 - 0, Pirlo e Iaquinta); la finale di Euro 2008, cui ho assistito a Friburgo; buona parte di Sudafrica 2010, compresa la finale, in piazza a Francoforte.
Tutto ciò, merita di essere detto, in compagnia di ottimi amici, molti dei quali sono ancora tali.

Ci sono poi altre ragioni, meno sentimentali, per cui sento di dover tifare Germania:

1) sfidando quello che pare un destino già scritto (Brasile campione in casa), ho pronosticato la Germania finalista;

2) la Germania, come ho già scritto, è quella che meriterebbe di più la vittoria finale. La costanza di risultati, fra (innumerevoli) piazzamenti e (poche) vittorie, è davvero ammirevole e parla di un movimento calcistico eccezionale da sempre e in crescita da un quindicennio. Una fase di flessione, l'unica che io ricordi, si è avuta tra la fine degli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio, tra il trionfo europeo del '96 (con corollaio di Pallone d'Oro a Sammer, dopo quello a Matthaeus del '90) e la succitata finale di Yokohama. Negli anni '90, non a caso, si hanno le uniche due edizioni dei Mondiali (1994 e 1998) in cui i tedeschi non siano arrivati fra le prime quattro, dal '66 a oggi. Questi dati non sono casuali: la Germania stava pagando l'esaurirsi di una generazione straordinaria di calciatori, molti dei quali erano avevano vissuto il proprio culmine nella vittoria a Italia '90. Una nuova generazione all'altezza della precedente non era ancora pronta e non lo sarebbe stato, in modo completo, neanche in Corea e Giappone. Quella finale, per me, resta il risultato più casuale nella storia del calcio tedesco degli ultimi 30 anni, favorito da una serie di eliminazioni a sorpresa, di cadute inaspettate che spianarono la strada verso la finale a una Germania non irresistibile (USA ai quarti, Corea del Sud in semifinale).
Dopo quel secondo posto e l'addio di Voeller alla panchina, ci fu la svolta: una nuova generazione di calciatori, di lì a quattro anni, rinvigorì la Nazionale, ringiovanendola e aumentandone il tasso tecnico. Ballack e Klose, già perni in Asia, furono affiancati dai vari Schweinsteiger, Podolski, Lahm. Gente che, otto anni dopo i gol di Grosso e Del Piero (l'uno ex calciatore, l'altro quasi), è ancora lì, a giocarsi l'accesso alla finale;


3) due nazioni rivendicano, ciascuna a suo modo, il primato nel football: l'Inghilterra e il Brasile. L'una per averlo inventato, l'altra per averlo interpretato come nessuno aveva mai fatto. La spocchia inglese è andata affievolendosi coi decenni: decenni in cui sconfitte e delusioni superano, e di molto, i successi e le soddisfazioni. Quella del Brasile è andata crescendo: dopo Pelè (nessuno, a parte lui, ha vinto tre edizioni del Mondiale) abbiamo avuto l'era Ronaldo (nessuno, a parte Klose, ha segnato quanto lui al Mondiale), con altre due vittorie e una finale. I pentacampioni saranno inarrivabili almeno per altre due edizioni della competizione (tre, se dovessero vincere questa). Le vittorie dei verdeoro sono particolarmente importanti per alimentare una convinzione: che il calcio, in definitiva, sia cosa brasiliana. L'ho capito nel 2003, quando ho conosciuto il mio amico Thiago, in Belgio. Thiago mi ha spiegato che in Brasile il calcio europeo è visto come un calcio meno bello, meno interessante e perfino meno impegnativo di quello brasiliano. I brasiliani che vengono in Europa ne incrementano la qualità, ma allo stesso tempo si infiacchiscono, si imborghesiscono a forza di guadagnare sterline o euro. Girano troppi soldi, secondo Thiago.
Il calcio che si gioca in Brasile è più tecnico, più veloce, più grintoso: neppure uno come Zidane, secondo Thiago, avrebbe potuto avere successo in Brasile (però mi pare che Seedorf, a fine carriera, se la sia cavata piuttosto bene): i difensori brasiliani non gli avrebbero mai permesso di mostrare tutte le sue qualità tecniche come ha potuto fare in Francia, Italia e Spagna.
La crepe, in questo teorema, ci sono e sono molte. Non ho tempo per enunciarle tutte.
Basterà dire che, in assenza di altri confronti diretti (se non il Mondiale per Club, cui però non partecipano sempre formazioni brasiliane), i Mondiali rappresentano un'occasione per dimostrare al mondo la superiorità calcistica verdeoro. Per avvalorare il teorema di Thiago.
Questa edizione, poi, sembra fatta apposta: organizzata in Brasile, con una nazionale guidata dai due uomini che hanno dato le due ultime vittorie al Brasile (Parreira, 1994, e Scolari, 2002), si direbbe che sia stata preparata per celebrare la Nazionale di casa e lavare la più grave onta nella storia calcistica di un popolo: il Maracanazo.

domenica 6 luglio 2014

Difesa di Prandelli

Grenoble, 6 luglio 2014


Più persone mi hanno chiesto, dopo le dimissioni di Prandelli, chi mi piacerebbe vedere sulla panchina azzurra. La risposta è semplice: Cesare Prandelli.
La schizofrenica Italia è incapace di continuità. Senza pensare ai cosiddetti mangiallenatori, presidenti che cambiano tecnico anche più volte in una stessa stagione, non si può non notare che gli allenatori italiani, su qualsiasi panchina si trovino, resistono meno dei colleghi stranieri: ivi compresi, talvolta, gli italiani che allenano all'estero. Esperienze come quelle di Ferguson (Manchester United), Wenger (Arsenal), Löw (Germania), solo per citare tre esempi, da noi sono semplicemente impensabili.
Una delle ragioni, certo non l'unica, è che da noi i giudizi sono emessi sull'onda emotiva del momento. Si ragiona poco, ci si scorda facilmente del passato e non si pensa con sufficiente lungimiranza al futuro.
In Italia si giudica un CT all'indomani di un grande torneo, facendo uno sbrigativo bilancio della manifestazione, e (in caso di mancata conferma) si sceglie il suo successore con l'unico obiettivo di andare più avanti possibile (magari vincere) la manifestazione successiva, dopo due anni.
Questa tendenza, per altro, è andata accentuandosi: scorrendo il passato dell'Italia troviamo esperienze diverse. Bearzot, per esempio, ha allenato la Nazionale per undici anni, cui ha contribuito senz'altro la vittoria al Mondiale del 1982. Con Vicini si sperava di aprire un ciclo simile: fu interrotto dalla mancata qualificazione agli Europei del '92: dopo una sfortunata trasferta in Russia e un palo di Ruggero Rizzitelli l'Italia si ritrovò a pensare precocemente al Mundial americano. Col grande Azeglio, quanto meno, si provò a programmare al di là dell'immediato. Appena nominato, Vicini chiarì subito che il suo obiettivo era non tanto l'Europeo di Germania del 1988, quanto il Mondiale italiano. La stessa scelta di Vicini, tecnico federale, come CT della Nazionale, esibiva questa volontà da parte dei vertici federali: riportare la Coppa del Mondo in Italia, dopo otto anni, proprio in occasione della finalissima di Roma. Vicini era l'allenatore dell'Under 21: avrebbe dovuto ringiovanire la rosa, ancora debitrice alla fortunata spedizione spagnola, innestando gli elementi migliori dell'Under di Vicini: Zenga, Ferri, Maldini, Giannini, Berti, De Napoli, Vialli (questi ultimi due già presenti in Messico, con Bearzot) e Macini parteciparono a Italia '90 e furono pilastri del ciclo viciniano; altri, come Borgonovo e Francini, fecero comunque qualche apparizione in Nazionale maggiore. Quel che qui importa è che, nell'ottica di un rinnovamento, si scelse un obiettivo non immediato e si decise di sperimentare gli esiti della rivoluzione agli Europei, mettendo in conto una figuraccia (che poi non fu: arrivammo in semifinale).
Non ricordo, dopo di allora, simili tentativi di programmazione, diciamo a medio termine.
Ora, più che mai, ci servirebbe questo: un progetto e la pazienza per realizzarlo. I problemi del calcio italiano, non insolubili, richiedono cure attente e lunghe. A livello di Nazionale ci vogliono pazienza (non sempre si può vincere, soprattutto quando il convento passa materiale non di prima scelta), umiltà (non siamo la nostra bacheca: siamo una nobile decaduta) ed equilibrio (i risultati vanno valutati in base alle potenzialità), fra le altre doti. La conferma di Prandelli sarebbe stata un segno di forza, coerenza e fiducia nel futuro. Sarebbe stata il segno di un cambiamento: non nei nomi, che è facile cambiare, quanto nella mentalità.
Voi direte: Prandelli si è dimesso, non è stato cacciato. Prandelli si è dimesso perché di è sentito sfiduciato: un ambiente graniticamente convinto del suo prosieguo avrebbe potuto convincerlo a non dimettersi o a ritirare le sue dimissioni. Nessuno ci ha provato: credo anzi che queste ultime siano state accolte con un certo sollievo.
Ma tutto ciò non basta: non si può confermare un allenatore solo perché si vuole dare l'idea di un progetto a lungo termine.
Prandelli andava confermato perché è bravo e ha lavorato bene. Meritava, quanto meno, un'altra occasione.
L'argomento più semplice da tirare in ballo per difendere Prandelli è il risultato all'Europeo del 2012. Quel risultato, superiore alle attese (se ci fossimo fermati contro la Germania, in semifinale, avremmo potuto comunque essere soddisfatti), è figlio al cento per cento del calcio prandelliano. Un calcio garbatamente offensivo, cosa che non si vedeva da almeno quindici anni.
Da Sacchi in poi abbiamo avuto allenatori catenacciari: Maldini, Zoff, Trapattoni, Lippi, Donadoni: nessuno di costoro ha dato un'impronta offensiva al gioco italiano. Il gioco difensivo ha dato buoni risultati in alcuni casi (Zoff, Lippi I e, ancora prima, Bearzot), cattivi risultati in altri casi (Maldini, Trapattoni, Donadoni, Lippi II e l'ultimo Bearzot): di fatto, mediamente, l'Italia ha dato quasi sempre del filo da torcere alle avversarie, perdendo spesso ai calci di rigore o ai supplementari. Piacesse o no, quello sembrava essere il solo calcio possibile per noialtri: un calcio basato sulla difesa, poco incline alle goleade, restio a far convivere più di due attaccanti. Nemmeno Sacchi giocava con un tridente vero: Signori, tanto era decentrato rispetto all'area avversaria, che rifiutò di giocare la finale di USA '94. La miglior Nazionale che io abbia visto giocare, quella di Italia '90, pur avendo attaccanti in gran forma (Schillaci e Baggio), non si è mai sbilanciata più di tanto: forse, osando qualcosa in più, Vicini quel Mondiale avrebbe potuto vincerlo. Quando abbiamo avuto due (o più) attaccanti di talento, invece di trovare il modo di farli convivere, abbiamo sempre preferito scegliere fra l'uno e l'altro: Rivera e Mazzola, Baggio e Zola, Baggio e Del Piero, Del Piero e Totti. La nostra forza, più che costoro e i centravanti (un numero nove da cinquanta gol in Nazionale non ce lo abbiamo), è sempre stata la difesa: abbiamo avuto portieri di livello mondiale (Albertosi, Zoff, Zenga, Tacconi, Pagliuca, Peruzzi, Buffon, senza andare troppo indietro nel tempo) e difensori non da meno (Scirea, Cabrini, Gentile, Bergomi, Baresi, Maldini, Cannavaro, Nesta, Zambrotta, solo per citarne alcuni).
Prandelli ha cercato di scardinare alcuni luoghi comuni e di costruire una Nazionale che provasse a giocarsi sempre la partita, piuttosto che aspettare gli avversari: una piccola rivoluzione. Una rivoluzione, va detto, favorita anche da un fatto: i calciatori a disposizione non erano gli stessi che hanno avuto a disposizione gli allenatori precedenti. Difensori e portieri straordinari, all'altezza di quelli nominati (e di altri non nominati), in Italia, non ne abbiamo più. Oggi un Chiellini è dato per fenomeno: a livello internazionale è un buon giocatore, ma nulla più. Gli altri sono degli onesti gregari e non tutti sono sufficientemente bravi per giocare a questi livelli.
Questo, pensando al futuro, vale anche per i portieri. Oggi nel campionato italiano gioca un numero spropositato di portieri stranieri. Capita che uno stesso club abbia due o tre portieri non italiani e il fenomeno comincia a riguardare anche le formazioni giovanili. Portieri italiani all'estero ce ne sono, ma sono in numero inferiore e non sempre riescono ad affermarsi: Flavio Roma e Carlo Cudicini hanno avuto oneste carriere in Inghilterra e in Francia, ma non sono mai stati fra i primi al mondo. Sirigu si sta mettendo in luce al PSG e ha ben figurato all'esordio mondiale, contro l'Inghilterra. Di Vito Mannone (Sunderland, ex Arsenal), che ormai ha 26 anni, non parla più nessuno, mi pare. Dietro Buffon, che rappresenta il culmine (qualitativamente parlando) delle ultime generazioni di portieri italiani, non vedo eredi all'altezza; Perin mi pare faccia ancora grossi errori; potrebbe essere una piacevole sorpresa Scuffet, da cui si attendono conferme (chissà perché in Italia, paese di cognomi con uscita in vocale, abbiamo spesso grandi portieri col cognome in consonante...).
Quali che fossero le ragioni e le condizioni, Prandelli ha operato una innovativa. Creare gioco e, senza andare allo sbaraglio, attaccare. Le condizioni per vincere facendo il catenaccio e affidandosi ai fuori classe della difesa non c'erano più, per cui tanto valeva provare a fare qualcosa di diverso.
All'Europeo le cose sono andate benissimo fino alla finale. Contro la Spagna, più dotata da tutti i punti di vista, il gioco moderatamente offensivo di Prandelli ha prodotto la più cocente sconfitta che, a questi livelli, l'Italia avesse mai patito. L'unica speranza di uscire indenni o sconfitti con onore da quell'incontro era di giocare arroccati in difesa e puntare sul contropiede: contro la Spagna, propositiva e offensiva, si può giocare in questo modo. Diciamolo apertamente: lo 0 - 4 è figlio del gioco e delle scelte di Prandelli, ma senza quelle stesse scelte l'Italia non avrebbe mai giocato quella finale.
Una sconfitta così pesante, tuttavia, dev'essere stata mal digerita, sia dai tifosi, sia dalla federazione, sia dai calciatori stessi. Forse ha traumatizzato lo stesso Prandelli.
L'Italia di due anni dopo, uomini a parte, era molto diversa: meno spregiudicata, meno propositiva, più simile alle Italie del passato. L'Italia che abbiamo visto in Brasile costruiva poco e male, pagava un dazio atletico eccessivo agli avversari, lasciava l'unica punta abbandonata a sé stessa, in avanti. L'esaltazione per qualche passaggio riuscito, nella prima partita, è stata sicuramente eccessiva. Soprattutto, l'Italia vista ai Mondiali era un'Italia senza fisionomia, senza certezze in avanti. Prandelli ha ruotato tutti gli attaccanti a disposizione, arrivandone a mettere quattro insieme per recuperare la partita col Costa Rica (errore madornale: quattro attaccanti e un centrocampo ridotto a un lentissimo e ingabbiato Pirlo sono la morte del gioco) e finendo col solo Cassano (+ Chiellini e Buffon nei minuti finali) contro l'Uruguay.
E' come se Prandelli, piano piano, si sia involuto, inghiottito dal ricordo di quella finale e condizionato da mille pressioni. Ciò non ostante, io credo che il progetto Prandelli, alla base, fosse valido o quanto meno proponibile. Tornando alla sua prima versione, se ne sarebbe potuto recuperare molto per costruire l'Italia del futuro, in vista di Euro 2016.
Difendo Prandelli, dunque, ma non senza ignorarne alcuni errori. Uno di questi è stato il codice etico.
Voler instaurare una disciplina, di per sé, è lodevole, così come l'avere e applicare principi etici. E' giusto cercare di comportarsi in maniera onesta e corretta e per far funzionare un gruppo occorrono regole chiare e, in una certa misura, anche ferree. Di questo codice etico, tuttavia, ci sono due aspetti che non mi hanno mai convinto: 1) il campo di applicazione: va bene non convocare o espellere dalla nazionale chi è protagonista di una rissa fra compagni, chi viola le regole del ritiro, chi manca di rispetto all'allenatore o allo staff tecnico; va altrettanto bene sanzionare chi è protagonista, in campo (con la Nazionale o anche col proprio Club), di episodi gravi, al di fuori dell'ordinaria amministrazione: non è possibile, tuttavia, far rientrare in questo codice qualsiasi motivo di squalifica, da una gomitata in una situazione di gioco concitata a una caduta in area sospetta. Queste cose sono all'ordine del giorno e, entro certi limiti, debbono morire col triplice fischio dell'arbitro. Se c'è da dare qualche punizione ulteriore, ci pensi il giudice sportivo, non il ct della Nazionale; 2) avere reso pubblico questo codice etico ha messo Prandelli in una scomoda e svantaggiosa situazione: non essere libero di decidere liberamente e arbitrariamente (cosa che era pagato per fare) ma di dover di fatto cogestire questo codice con l'Italia intera. Ciascuno ha passato alla moviola ogni decisione disciplinare di Cesare, imbastendo anche ipotesi piuttosto bislacche (il favoritismo nei confronti di certi calciatori, poiché militano. Ciò ha sicuramente alimentato malumori, anche all'interno del gruppo, ed esercitato pressioni.
Quel che invece ho apprezzato, pur non condividendo alcuni dettagli tecnici, è la questione delle convocazioni: Prandelli, piuttosto che operare delle scelte di convenienza, ha dato retta al proprio istinto e ha chiamato chi pensava che gli potesse garantire le migliori garanzie. Non credeva al pieno recupero di Rossi e si è arrischiato a non portarlo, nell'incredulità generale.
Sapeva, Prandelli, che scelte coraggiose, controcorrente e personali (puntare tutto su Balotelli) gli sarebbero potute costare la carriera in Nazionale: sentendo di aver perso le proprie scommesse e di aver perduto la credibilità di chi dovrebbe seguirlo, ha preferito farsi da parte. E' comprensibile.
Torno dunque alla domanda di partenza: chi mi piacerebbe vedere sulla panchina azzurra?
Posto che il Prandelli bis non è possibile, mi piacerebbe vedere qualcosa di diverso. Mi piacerebbe che si ipotizzasse, per esempio, un allenatore straniero. Mi piacerebbe un Van Gaal, che non ha paura di prendere decisioni coraggiose.
Non credo, tuttavia, che la FIGC affiderà la panchina italiana a uno straniero: non fa parte della nostra tradizione (se escludiamo la breve cogestione Herrera/Valcareggi, negli anni '60) e in Italia, più che altrove, la tradizione conta molto.
Restando sugli italiani, l'ipotesi che mi affascina di più ha il volto un po' triste di Luciano Spalletti. Ovunque sia stato, ha praticato un bel gioco e ha valorizzato i calciatori che aveva; a Roma e a San Pietroburgo ha vinto ma non è né un allenatore vecchio né appagato; non è un catenacciaro e potrebbe dunque tornare, mutatis mutandis, all'idea di calcio del primo Prandelli.

Questione di pochi minuti

Grenoble, 6 luglio 2014


Ho giocato pochi minuti, ma valgono una carriera. Lo disse Massimo Oddo, in un'intervista durante il Mondiale tedesco, otto anni fa. Aveva capito tutto: quella ventina di minuti (o poco più) giocati contro l'Ucraina (quarti di finale, partita finita 3 - 0 per noi; Oddo entrò, assieme a Simone Barone, al 68°, un minuto prima del terzo gol, il secondo personale per Luca Toni) rendevano quel Mondiale più suo. Gli davano un posto, sia pur piccolo, nella storia del calcio.
Pochi minuti possono valere più di intere stagioni: deve averlo pensato anche Tim Krul, carneade olandese che ci ha accompagnati verso la fine di un'interminabile Olanda - Costa Rica. Entrato al centoventesimo, ha parato due rigori e ha consegnato all'Olanda un'altra semifinale.
All'eroe della serata si chiede, ora, se giocherà da titolare la semifinale. Risponde che gli piacerebbe ma che non lo sa. Io, che posso, mi sbilancio di più e dico che no, non la giocherà, a meno che il titolare Cillessen non si infortuni o non venga espulso oppure non si arrivi nuovamente a calci di rigore, con l'Olanda che abbia almeno un cambio a disposizione.
Già, un cambio a disposizione: non è affatto scontato che si arrivi alla fine di una partita così lunga senza essersi giocate tutte le carte. Van Gaal, volpe astutissima, ci aveva pensato dall'inizio. Aveva già considerato questa ipotesi e aveva informato uno dei diretti interessati: l'unico che fosse opportuno informare, Tim Krul.
Van Gaal non è stato solo un abile stratega: è stato indifferente al mondo. Mi ha ricordato l'Howard Webb che ha arbitrato Brasile - Cile. Indifferente al fatto che si fosse in Brasile, indifferente a tutto tranne ai propri occhi e al regolamento. Quel che vedeva, fischiava. Van Gaal riteneva, ben sapendo che non potevano esservi certezze, che Krul avesse più possibilità di prendere i rigori avversari di quante non ne avesse Cillessen, che evidentemente, a livello generale, gli dava più sicurezza. Ha voluto investire su questo ragazzone le energie di un cambio e gli affidato la porta nel momento più delicato. Ha aspettato l'ultimo secondo, rischiando che fosse troppo tardi, perché la strategia fosse applicata in modo perfetto. Cillessen ha avuto la possibilità di sventare l'ultimo pericolo (uno dei pochi) portato dagli attaccanti caraibici pochi secondi prima di uscire dal terreno di gioco.
Se l'Olanda fosse uascita ai rigori con Cillessen in porta, Van Gaal sarebbe forse stato criticato per non essere riuscito a segnare nel corso dei tempi regolamentari e supplementari. Nessuno gli avrebbe imputato gli errori dei suoi frombolieri né tanto meno le parate mancate da Cillessen. Il cambio del portiere, invece, avrebbe potuto costargli la graticola mediatica ed esporlo al pubblico ludibrio.
Van Gaal ha dimostrato di non avere paura. Del resto, ha una carriera da incorniciare e abbandonerà la Nazionale a fine torneo, per provare ad aprire un ciclo a Manchester, sponda United. Lavora sereno e ciò lo mette in condizione di dare il meglio di sé.
Non si può criticare più di tanto l'Olanda per non aver vinto la partita prima dei rigori. Il Costa Rica ha dimostrato, non solo ieri, di avere una grande compattezza e di saper difendere bene la propria porta. In cinque partite ha preso solo due reti: merito della difesa, della fortuna e di un super Navas in porta. Si dice che ieri abbia battuto il record di parate in una gara di Coppa del Mondo. Purtroppo non è riuscito a parare neppure uno dei rigori avversari. I due voli di Krul valgono più della sua prova da incorniciare.
L'Olanda ci ha provato con tutte le forze e in tutti i modi: su azione, su calcio piazzato, da lontano e da vicino. Ha colpito tre legni e ha avuto il merito di non distrarsi sui pochi ma potenzialmente letali capovolgimenti di fronte.

Nel pomeriggio l'Argentina aveva avuto la meglio su un Belgio talentuoso ma, almeno all'inizio, un po' troppo timido: un po' come la Colombia contro il Brasile. Neanche avesse letto le mie righe, Higuain si è scatenato. Ha segnato e corso, difeso e crossato: cantato e portato la croce. Avrebbe potuto segnare uno splendido gol del raddoppio, se la traversa non glie lo avesse negato la traversa. Nella partita in cui ha perso Di Maria, il cuore del suo gioco, l'Argentina ha confermato di avere in Messi una risorsa inesauribile. Un suo gioco di prestigio, a centrocampo, è stato il preludio della rete. La pulce non ha segnato (avrebbe potuto, ma Courtois gli ha negato il gol della sicurezza, in uscita) e probabilmente non è al meglio, però porta su di sé l'attenzione di due, tre avversari, il che dà sempre ai compagni la possibilità di smarcarsi e tirare. Prende botte, guadagna (e tira) calci di punizione; non si lamenta e non simula; ha classe, pazienza e il pallone incollato ai piedi. Assente Di Maria, assente Aguero (Lavezzi, volenteroso, fa un gioco diverso), contro l'Olanda dovrà salire in cattedra e fare ancora di più.

L'Argentina è l'unica Nazionale a non aver ancora disputato i supplementari: le forze risparmiate dovranno compensare l'assenza del suo calciatore più in forma (Di Maria). Quella di Aguero, se Higuain si ripeterà, sarà più sopportabile. La squadra dovrà giocare per evitare che Messi debba fare tutto da solo: quando Messi attirerà su di sé più di un avversario (difficile pensare che Van Gaal non predisporrà nulla contro di lui), sarà fondamentale sfruttare la superiorità numerica (anche perché l'Olanda non è squadra che gioca chiusa in difesa: gioca con un tridente vero, altroché, e con Sneijder subito dietro). Ma sarà anche importante costruire gioco (qui entra in gioco Lavezzi), evitando che la Pulce debba posizionarsi a centrocampo, potendo invece stazionare nei pressi dell'area avversaria, dove le sue qualità sono letali.

Le semifinali vedranno protagoniste due europee e due sudamericane. Non ci sono outsider: tre su quattro hanno già vinto il Mondiale, una ha giocato tre finali ed è vicecampione. Fra le quattro rimaste è l'unica ad essere sfuggita al mio pronostico.

L'immagine più toccante di questi Mondiali, fino ad ora, è il dopopartita di Brasile - Colombia: James Rodriguez, in lacrime, va a salutare tutti gli avversari, e David Luiz, mattatore dell'incontro, lo consola e si scambia la maglia con lui.

 Altre quattro formazioni lasciano il Brasile, dopo aver lottato fino all'ultima goccia di sudore:
  • la Francia di Benzema, centravanti decentrato;
  • la Colombia di Mondragon, portiere più vecchio della storia dei Mondiali (43 anni);
  • il Belgio di Fellaini, calciatore d'altri tempi;
  • il Costa Rica di Navas, portiere para(quasi)tutto.
Nel caldo di un'assolata domenica pomeriggio, mentre Federer gioca la finale di Wimbledon, mi chiedo molte cose. Fra queste, se e come sarà ricordato, al termine di questi Mondiali, Jasper Cillessen.

Argentina - Belgio 1 - 0 (Higuain)
Olanda - Costa Rica 4 - 3

sabato 5 luglio 2014

Goodbye Neymar

Grenoble, 4 luglio 2014

Hanno vinto le squadre più esperte, più pazienti, più forti.

Mi è piaciuto l'atteggiamento della Germania: sapevano che era necessario vincere prima possibile e hanno cominciato ad attaccare da subito, mettendo sotto i galletti di Deschamps. Ogni minuto che passava senza gol era un minuto regalato agli avversari, che sarebbero venuti fuori nel finale. Qualche cambio era necessario e Loew, vecchia volpe, non ha avuto dubbi: dentro Klose (chiaramente con l'idea di una staffetta), usato più che sicuro, e il duttilissimo Mueller largo.
Concreti nel passare in vantaggio, attenti nel non prendere il gol del pareggio, un po' spreconi ma ammirevoli, come spirito d'iniziativa, nel finale. Queste vittorie sono importanti perché dimostrano che la squadra, pur senza giocare un calcio stellare, sa soffrire e portare a casa il risultato. Finora 
La Francia, come ha detto Deschamps nel dopopartita, aveva meno esperienza degli avversari. Non può rimproverarsi molto: i suoi hanno provato a pareggiare fino alla fine e diverse occasioni sono state sventate da una difesa tedesca attenta o dal solito Neuer. La sua parata a mano aperta sull'ultimo tentativo di Benzema resterà nella storia di questo Mondiale.
Vincere prima dei supplementari era fondamentale, soprattutto per la Germania: andare alla semifinale con le gambe pesanti sarebbe stato un handicap difficile da non far pesare.

Tanto mi è piaciuto l'atteggiamento della Germania, quanto poco mi è piaciuto quello della Colombia. Avevo detto che gli uomini di Pekerman dovevano temere soprattutto l'avvio dei brasiliani, sostenuti dal pubblico e dall'entusiasmo. Con nelle gambe i supplementari contro il Cile, sarebbero calati nella ripresa ed è allora che la Colombia avrebbe potuto provare a fare il colpaccio. I colombiani, invece, hanno preso il gol all'inizio e hanno subito gli attacchi avversari per tre quarti di partita, combinando poco in avanti (dove Rodriguez era irriconoscibile) e segnando troppo tardi, su rigore.
Il Brasile è in crescita: alcuni uomini, su tutti David Luiz, sono in gran forma; in semifinale, tuttavia, mancheranno due elementi fondamentali: Thiago Silva, che si è fatto ammonire stupidamente, e Neymar, infortunatosi in modo serio contro la Colombia e ormai fuori dalla competizione. Con il suo forfait perdo le mie possibilità di indovinare il capocannoniere dei Mondiali.

Brasile Colombia

La semifinale si preannuncia affascinante: da un lato una Germania solida e a ranghi più o meno completi; dall'altra un Brasile non irresistibile, ma in lenta e apparentemente inesorabile crescita, sostenuto dal pubblico di casa e senza due pedine fondamentali. Sarà una sfida equilibrata.

La prima seimifinale l'ho indovinata: Brasile - Germania.
Oggi si disputano gli ultimi due quarti di finale. Sulla carta, l'impegno dell'Olanda è meno gravoso di quello dell'Argentina. Robbene  compagni debbono fare attenzione alle distrazioni: il Costa Rica sa come far pagare cali di tensione ed errori agli avversari. Già nella storia, giocheranno senza nulla da perdere. Per l'Olanda sarà importante chiudere la partita entro i 90 minuti regolamentari. Spero di vedere Robben a sinistra, per una volta.
Il Belgio è una bruttissima gatta da pelare. Ha calciatori di classe e gioca piuttosto bene: potrebbe essere più difficile che contro la Svizzera. L'Argentina dovraà fare attenzione in difesa e, davanti, affidarsi alla vena dei soliti Di Maria e Messi. Aguero è fuori, Lavezzi fa il portatore d'acqua, Higuain e Palacio non mi sembrano in vena.

La Francia, secondo me, ha di che tornare a casa serena. Deschamps non ha drammatizzato l'eliminazione, sottolineando un aspetto molto incoraggiante: lo scarto fra una Germania più esperta e una Francia in fase di rinnovamento (priva di Ribery, non dimentichiamolo), oggi, non è così grande. Fino all'ultimo secondo i francesi sono rimasti in partita e Neuer è stato fra i migliori in campo. In due anni la Francia può crescere e, per l'Europeo casalingo (2016), diventare la squadra da battere.

Francia - Germania 0 - 1 (Hummels)
Brasile - Colombia 2 - 1 (Thiago Silva, David Luiz, Rodriguez rig.)

venerdì 4 luglio 2014

Il calcio migliore

Grenoble, 4 luglio 2014

Gli ottavi di finale più combattuti e incerti che io ricordi hanno esibito alcune costanti, alcune delle quali possono essere attribuite anche alle partite seguenti di questa rassegna.

Stando ai numeri, hanno vinto le squadre più forti: nessuna compagine arrivata seconda nel proprio gruppo è approdata ai quarti.

Hanno vinto le squadre che hanno attaccato di più: il Brasile, contro il Cile, ci ha provato dall'inizio alla fine. i cileni, nel finale dei tempi regolamentari e nell'extra time, ha pensato soprattutto a difendersi, sia pur sfiorando la clamorosa vittoria con la traversa di Pinilla; l'Algeria, contro la Germania, ha cominciato attaccando e creando occasioni più dei tedeschi, ma pian piano l'ostinata e ferrea volontà teutonica è venuta fuori. La Germania ha fatto un gran possesso palla e, alla fine, ha sicuramente attaccato di più. L'unica vera eccezione, forse, è stato Costa Rica - Grecia, in cui mi pare davvero che i greci qualcosa di più, in termini di gioco, l'abbiano fatto. La differenza, in questo caso, l'hanno fatta i portieri.

Il mio amico Fefè dice che questi mondiali sono bellissimi: è sicuramente vero che sono equilibrati. I valori, vuoi per assenza (fino ad ora) di squadre stratosferiche, vuoi per una generale crescita a livello tecnico, atletico e tattico, sono piuttosto livellati. Innanzi tutto, a me pare che tutte le squadre giochino in modo più o meno simile: caratteristiche dei singoli giocatori e moduli tattici costituiscono delle piccole varianti a un approccio che non varia più di tanto. Anche per questo, forse, il copione delle partite è stato più o meno costante, con un'impennata di emozioni nel finale e, nel caso, nei supplementari. Questo livellamento è figlio del meticciato, etnico e culturale. Una volta le nazionali erano geneticamente e culturalmente più omogenee di ora. Oggi la componente mutietnica fa sì che le qualità fisiche africane, per esempio, siano presenti in molte nazionali: Italia, Portogallo, Germania e soprattutto Francia. Estro e tecnica brasiliani non sono prerogativa dei soli padroni di casa: la Spagna si era presentata all'appuntamento con un attacco costruito su Diego Costa, che aveva tradito Scolari e i suoi, e l'Italia è qualche anno che fa giocare Thiago Motta. Il valzer dei commissari tecnici, le migrazioni dei popoli e le naturalizzazioni (queste ultime, quando sono pragmaticamente orientate a giocare in questa o in quella nazionale, non mi piacciono) producono il meticciato calcistico. Il meticciato assimila gli stili e avvicina i livelli. Intendiamoci: non si è ancora arrivati a un livellamento completo, infatti il Mondiale lo vincerà una delle solite note: che lo abbia già vinto (Argentina, Brasile, Francia, Germania) o che lo abbia sfiorato più volte (Olanda). Non vedo effettive chance per le outsider: né per il Costa Rica dei caneadi, né per Colombia e Belgio, tecnicamente più attrezzate.

Equilibrio ed emozioni non significano necessariamente qualità. Il calcio migliore, ne sono convinto, si gioca non (più) ai Mondiali, ma in Champions League. Le squadre di club più forti, attraversando confini e spendendo cifre considerevoli, allestiscono rose che sono ormai (e non da oggi, credo) più forti di quelle delle Nazionali (illustri giornalisti preconizzavano questo momento in tempi quasi non sospetti). in più, le squadre di Club hanno il vantaggio di giocare insieme tutte le settimane, allenarsi tutti i giorni. Sono più affiatate e sincronizzate. E i calciatori migliori, con buona pace del mio amico brasiliano Thiago (il quale sostiene che Zidane in Brasile non avrebbe fatto carriera), prima o poi vengono tutti a giocare in Europa, perché è qui che si guadagna di più ma anche perché è qui che si affrontano e si vincono le sfide più stimolanti.



Quando dico che giocano tutti allo stesso modo mi baso su un'impressione ma anche sull'osservazione di fenomeni ricorrenti. Per esempio, i contropiedi: non ricordo, fino a oggi, molti gol segnati con un giocatore che arriva, indisturbato, davanti al portiere, lo dribbla e segna a porta vuota; oppure passa a un compagno che lo segue, sull'altro lato dell'area, smarcato; oppure lo supera con un pallonetto. Questa situazione di gioco è piuttosto comune, in generale: la mia memoria di spettatore è piena di immagini di questo tipo ma non provenienti da questo Mondiale. E' vero: ho visto molte meno partite che non nelle passate edizioni e so di espormi agli affondi del mio amico Federico (Sorrentino), che è un archivio vivente di dati sul calcio. Sbaglierò, ma ho l'impressione che il gioco, almeno qui ai Mondiali, stia un po' cambiando.

Un'altra impressione che ho riguarda il comportamento dei calciatori: simulano, fanno anche fallacci, ma sono meno rissosi che in passato. Forse è il timore della gogna mediatica, di essere bollati dagli storici con epiteti poco piacevoli, oppure di subire squalifiche esemplari, come è capitato a Suarez. Si parla coprendocisi la bocca, per evitare la moviola del labiale e si è resta più calmi, almeno in apparenza.

Le novità del regolamento che ho visto applicare sono tre: la bomboletta spray, il time out e i sensori sulla linea di porta.
La bomboletta è una nota di colore ma probabilmente è anche utile, soprattutto all'arbitro. Mi sembra un'innovazione non fondamentale, ma abbastanza utile e applicabile anche al calcio di livello minore, senza grandi difficoltà.
I sensori sulla linea di porta dovrebbero dirimere le possibili contese sui gol fantasma. Ci riusciranno? Resterà il margine per i dubbi? Se così non sarà, ben venga questa tecnologia. L'elaborazione grafica televisiva mi riporta alla mente l'antico telebim di Italia '90 e quasi mi viene da chiedermi: cos'è cambiato negli ultimi 24 anni? Spero che la tecnologia che si nasconde dietro tali elaborazioni sia davvero efficace. in ricerche di questo tipo, lo so per certo, si sono spesi milioni di euro. Ad ogni modo, la vera evoluzione, per me, dovrebbe essere intellettuale: accettare l'errore e credere alla buona fede degli arbitri. L'errore, che si cerca di eliminare, è ineliminabile: possiamo ridurne lo spazio vitale, niente di più. Arbitri che, in buona o in mala fede, condizioneranno il risultato delle partite, in tal caso rovinandole, ci saranno sempre. Accettarlo, come si accettano la pioggia o i terremoti, le malattie e le zanzare, sarebbe un passo avanti nella cultura sportiva. Anche perché questa tecnologia, che tanto ci piace al Mondiale, difficilmente potrà essere estesa a una Lega Pro o a un campionato uzbeko.
Il time out può essere utile ma dvrebbe essere usato sempre. Dovrebbe far parte del normale andamento della partita e dovrebbero essere gli allenatori, uno per tempo, a richiederlo, quando vogliono: se io lo chiedo nel primo tempo, il mio collega può chiederlo, a sua discrezione, nel secondo. L'introduzione del time out, inoltre, mi suggerisce anche una nuova riforma, che auspico da anni: il tempo di gioco esatto, come negli sport americani. Ci risparmieremmo il teatrino delle perdite di tempo, con conseguente corollario di litigi e cartellini.

Oggi si giocano Francia - Germania e, in serata, Brasile - Colombia. Mi piacerebbe vedere coi francesi (in assenza di tedeschi) la prima, coi brasiliani la seconda. In entrambi i casi, nel silenzio del mio cuore, tiferò per le loro avversarie.

giovedì 3 luglio 2014

Il giorno più lungo

Grenoble, 3 luglio 2014



La mia giornata è cominciata con la sveglia alle cinque. Per i cechi è quasi normale, anche perché il sole è già alto nel cielo, la temperatura (nei giorni scorsi piuttosto bassa, ma ci sono avvisaglie di prossima canicola) sta montando e le strade sono già popolate di pedoni e autovetture. Gli esercizi commerciali cominceranno ad aprire, uno dopo l'altro, a partire dalle sei di mattina. A quest'ora, almeno a Praga, solerti signore riempiranno le loro sportine di rohlik (mediocri panini locali, economici e gommosi, che i miei studenti rifiutano di ascrivere alla categoria alimentizia pane), patate, burri, sadlo (non ve lo traduco), carni e altri cibi.
Alle sei e un quarto, il treno è pieno di persone già nel pieno di attività cerebralmente complesse: chi col proprio smartphone, chi col proprio laptop, chi con un libro, un fumetto o fogli di appunti. Più o meno a quest'ora, un paio d'anni fa, ogni giocvedì partivo per Macerata: il cielo era abbondantemente sotto l'orizzonte (anche perché era inverno) e il treno, semivuoto, era popolato solo da zombi, con occhiaie spaventose e incapaci perfino di blaterare un buongiorno smozzicato al controllore di turno, poco più che zombi anche lui.
Il Mondiali, lo confermo, è come se non ci siano: né a Olomouc, né sul treno, né alla stazione di Praga né all'aeroporto si vedono bandiere o altri segni di ciò che il mondo, da oltre due settimane, sta seguendo con attenzione.
Il primo segno del cambiamento è sull'aereo per Ginevra: mi offrono un cioccolatino (al latte, purtroppo) rotorndo incartato con una stagnola che riproduce esagoni e pentagoni dei palloni da calcio, quelli di una volta (oggi trovare un pallone di questo tipo è difficile come trovare un paio di scarpini o una giacchetta da arbitro neri). Mi ricordo che, in effetti, la Svizzera quest'anno è davvero forte e, contro l'Argentina, ha perso con grande onore.
Ginevra, città multietnica, è un tripudio di bandiere, non solo svizzere: ciascuno esibisce i simboli delle proprie origini. Ci penso mentre mangio, al Cafè des Arts, con la mia amica Marta.
Il pomeriggio riparto, in covoiturage, alla volta di Grenoble. Attraversiamo campagne e siamo circondati da montagne imponenti, spruzzate di neve. Mi si racconta che africani emigrati in Europa non si capacitano del fatto che qui si piantino alberi che non danno frutti. Lì ogni sforzo è dettato da un'esigenza pratica e immediata.
Arrivo in una Grenoble che, a una prima occhiata, pare indifferente al Mundial quanto Olomouc, ma so che non è così: i caroselli francesi hanno fatto a gara con quelli algerini, fin quando l'Algeria non è stata eliminata dalla Germania. Domani, probabilmente, tutti gli sforzi saranno uniti contro il plotone tedesco, nella speranza di raggiungere la semifinale, probabilmente contro il Brasile.
Io, manco a dirlo, tiferò Germania.

mercoledì 2 luglio 2014

Football spoiler

Olomouc, 2 giugno 2014



Guardare i film in streaming, nel 2014, non è uno scherzo. Anche il progresso tecnologico, in questo settore, ha subito un rallentamento, proprio come il calcio africano. Quattro anni fa le tecnologie erano già più che soddisfacenti: per ogni partita, del mondiale e non, era disponibile un'ampia scelta di fonti cui attingere, attraverso il browser di internet oppure grazie a programmi appositi.
Un tempo i canali più gettonati erano quelli cinesi, instabili, sgranati e poco affidabili; quelli russi hanno presto preso il sopravvento e ormai, non da ieri, vengono trasmessi con notevole fluidità e qualità.
Fluidità e qualità: le due parole d'ordine dello streaming. Ce ne potremmo servire per elaborare una versione del principio di indeterminazione di Heisenberg applicato a internet: tanto più un flusso sarà stabile, quanto meno devi aspettarti che sarà fluido. Spesso si trattava di vedere le partite a risoluzione bassa oppure vederle come sulla tv ma a scatti. Io ho sempre preferito, e di gran lunga, la seconda opzione.
Credo che il problema, in massima parte, fosse tecnologico: mancavano connessioni capaci di gestire un flusso di dati pesante e mancavano algoritmi in grado di alleggerire tale flusso. Forse era anche un problema di software di decodifica e di processori dei computer (tendo a credere meno a queste due ipotesi, perché ho notato miglioramenti anche con computer che sono rimasti gli stessi, nell'hardware e nel software).
Quattro-cinque anni fa si sarebbe detto che internet, alla data odierna, avrebbe offerto degli streaming tecnicamente perfetti: così non è.
Trovare una buona fonte, oggi, è roba da pochi secondi di ricerca: molti amici si rivolgono a me per averla e non capisco perché. Non sono particolarmente bravo ed è un'operazione estremamente semplice: si risparmia tempo facendolo da sé piuttosto che contattarmi per avere assistenza.
Il problema, oggi, è che le fonti sono particolarmente instabili, quasi senza eccezione. I canali vengono bloccati ogni dieci minuti circa e svariate fonti sembrano spompate: si bloccano, vanno a scatti, rallentano. Il problema, nel 2014, è decisamente la fluidità e non sembra dipendere dalle connessioni o dalle macchine degli utenti. Forse dal loro numero (che dev'essere aumentato a dismisura); sicuramente dalle autorità che vigilano.
Oggi puoi vederti i Mondiali ovunque, perfino sul treno o sull'autobus, grazie al tuo iPhone, ma devi avere grande pazienza e mettere in conto alcuni black out, durante i quali devi solo sperare che non succeda niente di imperdibile. Reza e io ci siamo persi il rigore finale di Brasile - Cile.
C'è poi un altro nemico, intrinseco allo streaming: il ritardo. Chi vede una partita attraverso internet, sa benissimo che la vede uno o due minuti in differita rispetto a chi la vede in tv o allo stadio. Se è collegato coi social network o, attraverso un programma di chat istantanea, sta chiacchierando con amici davanti al televisore, rischia concretamente di conoscere l'esito di un'azione prima di averla vista sullo schermo. Io sapevo che l'Olanda avrebbe pareggiato contro il Messico prima che Sneijder caricasse il tiro con cui ha battuto Ochoa.
Alla chat non voglio rinunciare: mi sembra di guardare la partita con gli amici di sempre, sul mio divano o sul terrazzo di Fefè. Non posso vederli (né gli uni possono vedere gli altri), ma posso commentare con loro ciò che tutti vediamo. Il problema è che, quando io sono in ufficio, i nostri commenti sono sfasati.

Argentina e Belgio chiudono il quadro degli ottavi di finale e una di loro, con certezza, arriverà in semifinale. Ad entrambe non capita dai tempi di Maradona e Scifo: l'Argentina dalla sfortunata finale di Italia '90; il Belgio dal quarto posto di Messico '86, occasione nella quale fu estromesso dalla competizione proprio dall'Argentina.
L'Argentina si è salvata grazie al suo asse portante: Messi - Di Maria. La Pulce è stata neutralizzata per larghi tratti, con due-tre uomini fissi su di lui. Un paio di volte se n'è andato elegantemente, alla sua maniera, ma senza fortuna. Si parlava di Shaqiri come dell'anti-Messi: di strada, da fare, ne ha ancora molta. Più che un Messi, volendo fare paragoni argentini, mi è sembrato un dribblomane alla Ortega.
Alla Svizzera si possono fare solo tanti complimenti: aveva delle ottime individualità e non ha solo retto all'impatto: lo ha fatto egregiamente, limitando al minimo i danni e sfiorando i calci di rigore (Dzemaili ricorderà il palo all'ultimo minuto come Pinilla ricorderà la traversa contro il Brasile).
Allenatore a parte, la Svizzera deve la sua forza a un gruppo di calciatori eterogenei per provenienza: una nazionale meticcia come poche. L'immigrazione, tanto osteggiata in terra elvetica, è il segreto del successo della Nazionale.
Anche il Belgio ha vinto soffrendo, ai supplementari, ma lo ha fatto con pieno merito: creando molte più occasioni degli USA, che hanno sfiorato l'impresa nel finale dei tempi regolamentari (tempestiva uscita di Courtois a salvare la baracca). Il Belgio ha giocato decisamente meglio, mostrando più individualità, più gioco, più voglia di portare a casa il risultato. L'ingresso di Lukaku è stato determinante, ma anche i compagni hanno giocato bene. Senza un Howard in giornata di grazia (stesso dicasi di Benaglio, in Argentina - Svizzera), la partita sarebbe finita molto prima.

Si chiudono gli ottavi di finale di un Mondiale che Fefè definisce bellissimo. Io ci devo pensare su: ho notato alcuni dettagli che mi hanno fatto riflettere e su cui tornerò nei prossimi giorni, sfruttando la pausa canonica. Per ora mi limito a salutare, com'è d'uopo, i perdenti:
  • il Cile, a pochi centimetri dalla gloria;
  • l'Uruguay, senza denti e senza qualità;
  • il Messico, abbonato agli ottavi;
  • la Grecia, anziana e sapiente;
  • la Nigeria e la sua Musa ispiratrice;
  • l'Algeria e il suo coraggio sfrontato;
  • la Svizzera multietnica;
  • gli USA and their amazing goalkeaper.
Buon ritorno a casa.

Argentina - Svizzera 1 - 0 (Di Maria)
Belgio - USA 2 - 1 (De Bruyne, Lukaku, Green)