giovedì 3 luglio 2014

Il giorno più lungo

Grenoble, 3 luglio 2014



La mia giornata è cominciata con la sveglia alle cinque. Per i cechi è quasi normale, anche perché il sole è già alto nel cielo, la temperatura (nei giorni scorsi piuttosto bassa, ma ci sono avvisaglie di prossima canicola) sta montando e le strade sono già popolate di pedoni e autovetture. Gli esercizi commerciali cominceranno ad aprire, uno dopo l'altro, a partire dalle sei di mattina. A quest'ora, almeno a Praga, solerti signore riempiranno le loro sportine di rohlik (mediocri panini locali, economici e gommosi, che i miei studenti rifiutano di ascrivere alla categoria alimentizia pane), patate, burri, sadlo (non ve lo traduco), carni e altri cibi.
Alle sei e un quarto, il treno è pieno di persone già nel pieno di attività cerebralmente complesse: chi col proprio smartphone, chi col proprio laptop, chi con un libro, un fumetto o fogli di appunti. Più o meno a quest'ora, un paio d'anni fa, ogni giocvedì partivo per Macerata: il cielo era abbondantemente sotto l'orizzonte (anche perché era inverno) e il treno, semivuoto, era popolato solo da zombi, con occhiaie spaventose e incapaci perfino di blaterare un buongiorno smozzicato al controllore di turno, poco più che zombi anche lui.
Il Mondiali, lo confermo, è come se non ci siano: né a Olomouc, né sul treno, né alla stazione di Praga né all'aeroporto si vedono bandiere o altri segni di ciò che il mondo, da oltre due settimane, sta seguendo con attenzione.
Il primo segno del cambiamento è sull'aereo per Ginevra: mi offrono un cioccolatino (al latte, purtroppo) rotorndo incartato con una stagnola che riproduce esagoni e pentagoni dei palloni da calcio, quelli di una volta (oggi trovare un pallone di questo tipo è difficile come trovare un paio di scarpini o una giacchetta da arbitro neri). Mi ricordo che, in effetti, la Svizzera quest'anno è davvero forte e, contro l'Argentina, ha perso con grande onore.
Ginevra, città multietnica, è un tripudio di bandiere, non solo svizzere: ciascuno esibisce i simboli delle proprie origini. Ci penso mentre mangio, al Cafè des Arts, con la mia amica Marta.
Il pomeriggio riparto, in covoiturage, alla volta di Grenoble. Attraversiamo campagne e siamo circondati da montagne imponenti, spruzzate di neve. Mi si racconta che africani emigrati in Europa non si capacitano del fatto che qui si piantino alberi che non danno frutti. Lì ogni sforzo è dettato da un'esigenza pratica e immediata.
Arrivo in una Grenoble che, a una prima occhiata, pare indifferente al Mundial quanto Olomouc, ma so che non è così: i caroselli francesi hanno fatto a gara con quelli algerini, fin quando l'Algeria non è stata eliminata dalla Germania. Domani, probabilmente, tutti gli sforzi saranno uniti contro il plotone tedesco, nella speranza di raggiungere la semifinale, probabilmente contro il Brasile.
Io, manco a dirlo, tiferò Germania.

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