La noiosa finalissima di Italia - '90, Germania - Argentina, h avuto la fortuna di vederla allo stadio. La cosa che ricordo con piu' piacere di quella serata non riguarda direttamente l'incontro, ma cio' che lo precedette: il riscaldamento delle squadre.
In quel riscaldamento c'era l'essenza di due filosofie, di gioco e forse di vita: da una parte i tedeschi, che correvano perfettamente allineati e che svolgevano, diligentemente e in assoluta sincronia, gli esercizi ginnici; dall'altro gli argentini, a gruppi di due o di tre, ciascun gruppo facendo cose diverse. In quella masnada albiceleste spiccava, neanche a dirlo, Diego Armando Maradona: palla al piede, zampettava qua e la' per il campo con nonchalance, braccia penzoloni lungo il corpo. Palleggiava, stoppava, faceva percorrere al pallone traiettorie improbabili sul suo corpo, lo teneva in equilibrio sulla testa, poi sul collo del piede destro, poi sul sinistro, poi lo scagliava in aria, in verticale, e quando tornava a terra lo stoppava col culo. Si' ho detto bene: col culo.
A quel tempo Maradona lo odiavo. Mi era antipatico, aveva dato svariati dispiaceri alla Roma e pochi giorni prima mi aveva negato il sogno di veder giocare l'Italia in finale, dal vivo. Quando mi sarebbe ricapitato? Sto ancora aspettando.
Assistere al riscaldamento di Diego, tuttavia, mi ripago' della delusione: il controllo del pallone era assoluto, come quello di un dito o dei muscoli della bocca. Per Maradona palleggiare o calciare era naturale come articolare un suono o lavarsi le mani.
Sul prato dell'Olimpico era come se ci fosse solo lui: il plotone tedesco gli passava accanto, ripetutamente, con apparente indifferenza. I suoi compagni evitavano di disturbarlo, lasciando che lui, quando passava loro accanto, prendesse parte, per qualche secondo, ai loro torelli o ai loro esercizi.
Diego era il re.
Al fischio d'inizio le cose cambiarono radicalmente. La luce su Maradona si spense e Diego fu l'ombra del se' stesso di quattro anni prima. La Germania non gli permise di giocare e lui non fu capace di dare sostanza alle sue qualita' tecniche. L'Argentina gioco' male e perse la partita, tradita dal suo re.
A vincere fu la Germania. Lo fece grazie a un calcio di rigore contestato e senza fornire una prova all'altezza delle precedenti. Tuttavia, nell'arco dei 90 minuti e, piu' in generale, nel corso della manifestazione, i tedeschi furono piu' squadra. Lothar Matthaeus era il pragmatico leader di un gruppo d'acciaio: no un dio su un piedistallo, ma un primus inter pares.
Tutto questo per dire, per non dimenticare, che il calcio e' uno sport di squadra e non individuale. I commenti, le chiacchiere e i riconoscimenti ci portano a vederlo diversamente, come se stessimo parlando di tennis o di sci: chi è stato il man of the match, chi sarà il capocannoniere, chi ha vinto più Palloni d'oro, è stato più grande Pelè o Maradona.
Dev'essere una deformazione umana, quella di ridurre tutto all'individuo: più correttamente, dovremmo concentrarci sulle squadre, sul loro gioco e sui loro risultati. Ci piaccia o no, è sempre la quadra a vincere o a perdere.
Quel calciatore sopraffino che è stato Maradona, più volte evocato in queste righe, fu grande protagonista nel campionato italiano degli anni '80. Tuttavia, nella seconda metà del decennio (quella in cui il Napoli ottenne i risultati migliori: due campionati e una Coppa Uefa), il Napoli di Diego dovette arrendersi a una delle squadre migliori che io abbia mai visto giocare: il Milan di Sacchi. Gli si arrese, materialmente, in un Napoli - Milan 2 - 3 che è entrato di diritto nella storia del calcio italiano. E gli si arrese quanto a vittorie: il bilancio di Sacchi fu di un campionato, due Coppe dei Campioni e altrettante Coppe Intercontinentali. Il trio di olandesi, coadiuvati da un nucleo favoloso di calciatori italiani (Baresi, Maldini, Donadoni) vale più del pur inarrivabile Diego. Il quale, checché se ne dica, ciò che vinse non lo vinse da solo: c'erano Careca (ce lo avesse avuto il Brasile di quest'anno, un Careca...), Alemao (assente nella formazione del primo scudetto ma decisivo per la conquista del secondo, non foss'altro per il noto episodio della moneta), Ferrara, Giordano, Carnevale: degnissimi gregari, sebbene non pari ai rivali del Milan.
I singoli, per carità, esistono, ed è vero che possono imprimere alle partite un certo andamento. Il discorso sui singoli, tuttavia, andrebbe sempre relativizzato e inserito in un contesto più ampio, che spesso si salta. Anche perché giudicare i singoli fuori dal contesto non è possibile.
Uno dei più grandi calciatori africani di sempre, George Weah, non ha mai giocato un Mondiale. Ciò costituisce una pecca nella sua carriera? Probabilmente sì, perché un Mondiale è il top (o almeno lo era in passato). Tuttavia, non è certo per suo demerito che non vi abbia partecipato: la Liberia era una squadra talmente scarsa che il centravanti del Milan vi giocava come libero. Non hanno mai partecipato e probabilmente non vi parteciperanno mai Ryan Giggs e Gareth Bale, per ragioni simili e l'elenco potrebbe continuare. Pelè, l'uomo più titolato del mondo e colui che molti ritengono essere stato il calciatore più forte di tutti i tempi, deve i suoi successi anche al Paese dove è nato. Fosse stato partorito in Congo, probabilmente sapremmo più nemmeno chi è.
Ha più senso parlare di Messi o Ronaldo o del Barcellona di Messi e del Real Madrid di Ronaldo? Spesso si tralascia il contesto.
Forse bisognerebbe istituire un Pallone d'Oro per una squadra, Nazionale o di Club.
E' così che dobbiamo inquadrare anche la partita di domani: due squadre contro. Una, certamente, meno forte sul piano del collettivo, ma con un calciatore tecnicamente superiore a tutti gli altri. L'altra con uomini mediamente migliori e un gioco più efficace. Non si tratta di chiederci tanto se Messi sarà in grado di fare la differenza, quanto se l'Argentina saprà metterlo in grado di farla, la differenza. Se saprà resistere all'impatto della corazzata tedesca (in caso contrario anche le eventuali prodezze della Pulce potrebbero essere inutili) e se saprà dare palloni giocabili, mettendolo in condizione di fornire assist o di andare in porta. Serviranno entrambe le cose: Messi e la squadra, la squadra e Messi.
L'Argentina dovrà fare una partita difensiva: aprirsi alla Germania sarebbe letale.
E' stato designato l'arbitro della finale: sarà Nicola Rizzoli. E' una designazione che mi lascia un po' perplesso: se penso che succede a Webb (quanto mi sarebbe piaciuto vedere di nuovo lui, dopo quattro anni!) e che l'ultimo arbitro italiano a dirigere la finale fu Collina, sono colto dalla tristezza.
Stasera si giocherà la finalina e io, come spesso in passato, non la guarderò. Andrò a Vizille, fuori Grenoble, a sentire la fanfara: un uso migliore del mio tempo libero.
La finalina, lo scrivo ogni quattro anni, è una gara che non ha alcun senso, se non per le riserve che dovessero trovarvi spazio (praticamente come una gara di fine campionato o un'amichevole) o per chi dovesse avere l'ambizione di diventare capocannoniere. In questo caso, gli unici a poterci provare sarebbero gli olandesi: a Robben e a Van Persie servirebbe una tripletta per raggiungere il colombiano Rodriguez e addirittura un poker (ma dubito che il Brasile concederà un'altra goleada, dopo la semifinale disastrosa di qualche giorno fa) per staccarlo. Ci sarebbe poi da vedere che cosa capiterà a Rio, domani, con Mueller a 5 e Leo a 4 reti.
Al Brasile la finalina potrebbe servire per riconquistare il suo pubblico. Dovranno ritrovare sé stessi e fare di tutto per vincere: per salvare l'onore sportivo con un terzo posto che lascerà, comunque, l'amaro in bocca.
Resterà, in ogni caso, una partita inutile.
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