lunedì 30 giugno 2014

Chi fermerà il Brasile?

Olomouc, 30 giugno 2014



Non la Colombia, è la prima cosa che mi viene da rispondere. Per battere il Brasile, a questo punto, ci vuole una Nazionale forte, esperta, implacabile.
Nemmeno il Messico, pensavo ieri, guardando gli aztechi metter sotto l'Olanda, pungendola a più riprese già nel primo tempo, per passare in vantaggio nella ripresa. Il Messico è una buona squadra: buona per il gironcino e buona per mettere in difficoltà chiunque agli ottavi: non oltre. È una squadra guizzante, tecnicamente valida, con alcune individualità di spicco, ma ha qualche limite agonistico. Ieri è crollata nel finale, cinta d'assedio e bombardata dall'artiglieria oranje.
L'Olanda, con Robben poco pungente e ancora una volta, all'inizio, messo sulla sinistra (buono per i cross, non per concludere a rete), con Van Persie evanescente e con Kuyt volenteroso e basta, aveva le polveri bagnate. Pativa il pressing messicano e lasciava qualche spazio di troppo.
La vittoria, tuttavia, è pienamente legittimata dall'intensità con cui, pur in una giornata non felicissima, ha attaccato nel secondo tempo: il Messico è stato letteralmente schiacciato e graziato dall'intuito di Ochoa e dalla fortuna in più di un'occasione. Il fatto che i due gol siano giunti nel finale non è indice di fortuna: non solo, per lo meno. Significa che si è dentro la partita fino alla fine, con la testa e con le gambe; e, nel caso specifico, che si è attaccato molto.
Il modo in cui è giunta la vittoria, per l'Olanda, è molto prezioso: evitare i supplementari, nel torrido clima brasiliano, significa risparmiare energie per il quarto di finale contro il Costa Rica.
I caraibici, dal canto loro, avranno nelle gambe i 120 minuti dell'incredibile serata di ieri, bilanciati solo parzialmente dall'entusiasmo per una vittoria sofferta e storica.
Molto, di quest'ultima, lo devono al portiere ellenico: colpevole sul gol, impotente sui rigori avversari, alla fine. Sul fronte opposto, Navas ha compiuto autentici miracoli, uscendo alla disperata sugli attaccanti avversari (gente esperta) e volando sul penalty di Gekas.
Al netto dei due portieri, ho visto meglio la Grecia: ha costruito di più e ha mostrato migliori individualità in attacco: Samaras, Salpingidis, Mitroglou, Gekas sono calciatori esperti e con i piedi buoni, senza dimenticare, in cabina di regia, l'eterno (anzi, no: ha detto addio alla Nazionale) Karagounis.
La colpa tattica dei greci è quella di aver costruito sempre azioni in fotocopia: cross dalla tre quarti, per lo più da sinistra, e colpo di testa velleitario. I cross, come insegnano alla scuola calcio, vanno fatti dal fondo del campo, da vicino alla bandierina del calcio d'angolo. La Grecia stessa ne beneficiò non poco, in occasione del vittorioso Europeo di dieci anni fa.
Chi fermerà il Brasile, dunque? L'Olanda è una candidata: escludendo complicazioni ai quarti, il vero scoglio arriverà in semifinale, in cui dovrebbe incontrare l'Argentina o il Belgio (sarebbe un derby affascinante).
Nella parte alta del tabellone, salvo sorprese, Francia e Germania dovrebbero giocarsi l'accesso alla semifinale, contro il Brasile. Non escluderei, fra le due europee, una battaglia stancante, con appendice di supplementari e (per non farsi mancare proprio nulla) calci di rigore. Il Brasile, se sarà fortunato e bravo a non complicarsi la vita contro Rodriguez e compagni, potrebbe arrivare all'appuntamento più fresco.

A proposito di fresco: il cielo, gonfio di umidità, ha cominciato a rilasciarla sotto forma di pioggia. Tutto sembra, a Olomouc, fuorché estate. Tutto si respira, qui, tranne la Coppa del Mondo.

Olanda - Messico 2 - 1 (Dos Santos, Sneijder, Huntelaar rig.)
Costa Rica - Grecia 5 - 3 (Ruiz, Papastathopulos) 

domenica 29 giugno 2014

Con le unghie e con i denti

Olomouc, 29 giugno 2014

Il primo rigore parato da Julio Cesar, a batterlo c'era Alexis Sanchez. Afp

A questo punto, gli osservatori si dividono in due categorie: chi pensa che il Brasile, deludente agli ottavi, non abbia grandi possibilità di imporsi nella competizione; chi pensa invece che, superato l'ostacolo Cile, volerà dritto in finale e la vincerà.
Io, pur non rinnegando (e come potrei? Nel 2006, come mi ricordano gli amici italiani, avevo dato per vincente la Repubblica Ceca! Forse avevo intuito il mio futuro professionale, senza rendermene conto) il mio pronostico (Argentina), mi sento più vicino ai primi che non ai secondi.
Il Cile, a mio avviso, non era ostacolo da poco: né quanto a nomi, né quanto a gioco. Il CT Sampaoli, c'è da scommetterci, diventerà oggetto del desiderio di molte squadre, di club e non. Superare una partita messasi così male, sfiorare la beffa dell'eliminazione (sulla traversa di Pinilla, in chiusura dei tempi supplementari) e vincere ai calci di rigore, dopo aver visto sfumare tre volte il vantaggio acquisito (una durante l'incontro, due ai rigori), non può che dare fiducia ai padroni di casa. Julio César, portiere su cui qualche dubbio era lecito sollevarlo, si è riscattato magnificamente: in ritardo sul diagonale di Sanchez dell'1 - 1, autore di una straordinaria parata in chiusura dei tempi regolamentari, ha dato il meglio di sé parando tre calci di rigore.
La vittoria darà morale e farà crescere, oltre che la squadra, anche i singoli: oltre al portiere, di cui si è detto, citerei almeno Neymar Jr., autore di una prestazione incolore ma straordinariamente freddo nel momento del rigore decisivo, con la pressione di una nazione in apnea addosso. Anche senza giocar bene, Neymar sempre più leader.
Al Cile non si può rimproverare nulla: ha giocato con le unghie e con i denti, ha saputo resistere anche in svantaggio (evitando un tracollo che era pure possibile), ha saputo sfruttare una leggerezza difensiva e pareggiare, ha saputo difendersi senza farsi troppo schiacciare e creando occasioni, in contropiede e non: in numero minore, ma non meno grandi di quelle avversarie.
Un argomento a favore di chi vede male il futuro verdeoro può essere dato dalla fatica accumulata: molta più che non la Colombia, agevolmente vincintrice su un'Uruguay stanco, con poche idee e, soprattutto, pochi guizzi. Incapace di mordere, verrebbe da dire, indulgendo al gioco di parole. Forlan e Cavani (troppo decentrato: lui è uno che deve guardare in faccia la porta) mal serviti e poco pungenti: i rincalzi, buttati nella mischia da Tabarez per recuperare una partita persa, hanno mostrato un livello troppo inferiore a quello degli avversari.
La Colombia (priva di Falcao, non dimentichiamolo) ha vinto agevolmente, trascinata da un ragazzo che somiglia a Lamela e che non sembra aver nulla da invidiare ai migliori, tecnicamente parlando: a rivedere il primo gol, il gesto che ha compiuto (stop di petto spalle alla porta, torsione e gran collo di sinistro) sembra di una facilità impressionante. Muslera qualche colpa ce l'ha, ma la rete è una delizia per palati fini.
Colombia tecnica, veloce, fantasiosa: basterà a mettere in difficoltà il Brasile?
Temo di no, ma spero di sbagliarmi. Contro i brasiliani, forse, la tattica migliore è quella adottata da Sanchez e compagni: difesa attenta e veloci ripartenze. Una strategia affinata durante un girone sulla carta di ferro, che era impensabile interpretare con sfrontatezza. La Colombia, al contrario, è reduce da un gruppo tutto sommato facile, in cui ha potuto fare la parte del leone.
Se saprà cambiar pelle, allora la Colombia potrà sperare. Il Brasile, ancorché entusiasta, sarà stanco: hanno giocato quasi sempre gli stessi e il 120 minuti (più rigori) di Belo Horizonte, alla lunga, si faranno sentire. Scolari dovrà scegliere: affidarsi al gruppo titolare o fare turnover, mettendo in campo gente fresca? Difficile pensare a grandi cambiamenti: le qualità dei rincalzi (e anche quelle di alcuni titolari) non sono straordinarie e la forza della squadra, finora, è stata proprio la sua fisionomia precisa. Difficile immaginare che Scolari, per avere qualche polpaccio con meno acido lattico, rinunci a un Dani Alves per (il pur esperto) Maicon, scongeli Maxwell o si faccia irretire dai giochetti di Willian e di Jo, rinunciando a Oscar o Neymar. O anche al baffuto Fred, che il suo sporco lavoro (compresa caduta in area avversaria) lo fa sempre con grande diligenza. La partita di Scolari si giocherà lì: in come saprà gestire la fatica e gli eventuali cambi. La partita di Pekerman, al contrario, si giocherà sulla pazienza: il Brasile, c'è da scommetterci, comincerà di nuovo a spron battuto, ma calerà alla distanza. È allora che i colombiani, auspicabilmente non in svantaggio e più freschi (sono abituati a climi difficili e in più hanno giocato nel tardo pomeriggio), potranno e dovranno colpire.

Brasile - Cile 4 - 3 d.c.r. (David Luiz, Sanchez)
Colombia - Uruguay 2 - 0 (Rodriguez, Rodriguez)

sabato 28 giugno 2014

Difesa del tiki taka

Olomouc, 28 giugno 2014


In molti, assistendo all'umiliazione della Spagna, hanno gongolato: non tanto o non solo per avversione nei confronti della Nazionale iberica in sé, dei suoi calciatori e del suo allenatore (di cui si può dir tutto ma non che non abbia una faccia simpatica), quanto per odio del cosiddetto tiki taka, lo stile di gioco più ammirato e imitato (con scarso successo) degli ultimi anni.
Per la verità, i nemici del tiki taka è da un po' che gongolano: da quando il Barcellona (dove questo stile è nato) ha smesso di dominare la scena mondiale. Ogni sconfitta dei blaugrana, così come ogni insuccesso della roja (che è un po' un Barcellona indebolito dall'assenza di Messi, compensata dalla presenza di alcuni campioni del Real) è stato salutato, in questi ultimi anni, da un grido di esultanza e da un ghigno cattivo dei nemici del tiki taka.
Che si goda della sconfitta di un avversario, di un rivale, ci può stare. Il Barcellona e la Spagna hanno dato dispiaceri a molti, in tutto il mondo, dall'Inghilterra (Manchester United, Chelsea, senza dimenticare l'Arsenal della finale di Champions del 2006) all'Italia (Nazionale, Milan), dalla Germania (Nazionale) al Brasile (Santos), dall'Argentina (Estudiantes) alla Francia (Nazionale, PSG).
Che del tiki taka si critichi la bellezza o, ancor più, l'efficacia e l'utilità, è diverso: pone l'avversione su un livello diverso e richiede un'argomentazione. Lascio quest'ultima a chi sostiene questa causa, tenendo per me la parte dell'avvocato difensore. Mi sembra particolarmente opportuno affrontare questo discorso adesso: all'indomani di un'eliminazione concente dai Mondiali e dopo una stagione senza successi (se escludiamo la supercoppa di Spagna) del Barcellona, che paradossalmente è stata generosa di soddisfazioni per due fra le sue più accese rivali: l'Atletico e il Real. Oggi che le campane suonano a morto, decretando il tramonto di un'epoca (le epoche calcistiche, va detto, durano meno di quelle di altri settori) e di uno stile di gioco.
A difendere il tiki taka, più che le parole, stanno i numeri: limitandoci alla gestione Guardiola (2008-2012), il Barcellona ha vinto tre volte (consecutivamente) la Liga (dal 2009 al 2011), due volte la Coppa del Re (nel 2009 e nel 2012), tre volte (consecutivamente) la Supercoppa di Spagna (dal 2009 al 2011), due volte la Champions League, la Supecoppa Europea e la Coppa del Mondo per Club (2009 e 2011). Fanno, in totale, quattordici trofei (in quattro stagioni), di cui sei internazionali. Tralasciamo i piazzamenti.
Nello stesso periodo, tra il ciclo di Aragones e quello di Del Bosque, la Spagna ha vinto tutto ciò che c'era da vincere (Europei nel 2008 e nel 2012, Mondiali nel 2010) eccetto le Confederations Cup del 2009 e del 2013. Tralasciamo i piazzamenti.
Più di così, verrebbe da dire, si muore. Bisogna riconoscere che Barcellona e Spagna, nell'ultimo decennio, sono state le squadre più vincenti e, allargando il campo d'osservazione all'intera storia del calcio, dobbiamo riconoscere che i loro cicli recenti sono fra i più vincenti che si conoscano, in assoluto.
Una possibile obiezione che si potrebbe muovere a questo argomento è che le vittorie, per lo meno queste, non sono figlie di una filosofia di gioco, quanto della intrinseca forza dei giocatori che le hanno ottenute. Effettivamente, nessuno può negare che la Spagna abbia prodotto, negli ultimi 10-15 anni, una vera generazione di fenomeni, giunta a piena maturazione nella seconda metà degli anni 2000. Ciò spiegherebbe varie cose: in primis, come mai allenatori diversi per età, cultura calcistica e storia personale (e perfino nazionalità, se vogliamo estendere il discorso anche a Rijkaard) abbiano vinto, con straordinaria sincronia, quasi tutto quel che c'era da vincere; spiegherebbe, inoltre, il perché della recente flessione di entrambe le squadre, che tanti salutano con gioia: semplice invecchiamento di una generazione di calciatori, eccezionali ma non eterni.
Corollario di quest'idea, per cui i meriti di queste vittorie sono dei calciatori, è che essi abbiano ottenuto i successi sopraelencati non ostante uno stile di gioco inefficace: che cosa avrebbero fatto se fossero stati diversamente educati? Se invece di un Guardiola avessero avuto, ad allenarli, un Ferguson, un Mourinho, un Ancelotti?
Non lo sapremo mai, ovviamente. Nessuno ci vieta di immaginare una storia del calcio diversa, ma un fatto è certo: in termini di numeri, è molto difficile pensare che essi avrebbero potuto ottenere di più, senza tiki taka, di quanto non abbiano ottenuto con il tiki taka, per il semplice fatto che hanno vinto quasi tutto.
Nessuno, in passato, ha fatto meglio: dovremmo pensare che mai un grande allenatore, con un'idea di gioco efficace, abbia incontrato dei grandi calciatori, il che non può essere vero.
Denigrare il tiki taka significa semplicemente andare contro la storia del calcio, poiché il ciclo catalano-spagnolo vi entra di diritto. Se i protagonisti di queste due squadre avessero davvero dovuto giocare, oltre che contro avversari eccezionali (i primi che mi vengono in mente: Buffon, Pirlo, Rooney, Giggs, Lampard, Gerrard, Terry, Ronaldo, Van Persie, Robben, Klose), anche contro tecnici incapaci e un gioco a perdere, allora saremmo in presenza di extraterrestri della pedata. Molti sono fenomeni, è vero, ma la storia del calcio è ricca di squadre imbottite di grandi calciatori sconfitte da compagini più modeste, quanto a individualità, ma più pragmatiche e meglio assortite: il Brasile del 1982, la stessa Spagna in molte occasioni e, per molti anni, l'Inter di Moratti, il Chelsea di Abramovich e il Real Madrid dei Galacticos che, fra il 2002 e anni piuttosto recenti, ha vinto meno di quel che ci si sarebbe potuti aspettare da campagne acquisti faraoniche. Per non parlare di PSG e Manchester City, le "nuove grandi" che, pur avendo cominciato a vincere, ancora debbono arrivare a certi livelli (ne hanno la possibilità).
La verità è che il gioco nasce dalle idee del tecnico applicate ai giocatori: con questa generazione di calciatori, di piedi sopraffini e di superba intelligenza tattica (Iniesta, Xavi, Fabregas, Silva, Alonso, Messi), questo stile di gioco ha funzionato alla grande.
Nel bilancio dei pregi e dei difetti, dei vantaggi e degli svantaggi, a me pare che questa soluzione di gioco ci abbia permesso di vedere un calcio straordinario: non perché lezioso (come qualcuno sostiene), ma proprio perché pragmaticamente concreto (sarebbe lezioso e suicida, probabilmente, con altri interpreti).
Con ciò non intendo denigrare gli altri stili e gli allenatori che li praticano: il tiki taka non è la soluzione per tutte le stagioni e non è, necessariamente, il futuro del calcio. È stata la cifra stilistica di una scuola, di un gruppo, di una corrente. Di due squadre, dei loro interpreti e dei loro condottieri (senza dimenticare il povero Tito Vilanova). Le ha portate, Barcellona e Spagna, a essere due fra le più grandi squadre che io ricordi di aver visto giocare: le altre sono il Milan di Sacchi-Capello e il Real Madrid, a cavallo fra gli anni '90 e il decennio successivo.

venerdì 27 giugno 2014

Goodbye Reza

Olomouc, 27 giugno 2014

La prima fase dei Mondiali si è conclusa e a Olomouc, se non proprio l'estate, sembra tornata almeno una mite primavera. Non credo molto alle mezze misure e immagino già un arrivo di venti torridi da sud, a breve. Per ora mi godo la pace di un venerdì fresco e soleggiato, come piace a me. Sembra di stare ad Arequipa (Perù), la città dell'eterna primavera.
Ben altro clima è quello brasiliano, dove si disputa la Coppa del Mondo: torrido, in tutti i sensi. Il rientro azzurro, come era prevedibile, è stato accompagnato da una coda polemica che guasterà anche i prossimi giorni. Suarez, giustamente squalificato per nove giornate e interdetto per quattro mesi da tutti gli stadi del mondo (se l'Uruguay dovesse vincere la rassegna, non potrebbe nemmeno mord... baciare la coppa originale), piange disperatamente in ritiro e incassa la solidarietà, perfino eccessiva, del suo paese. Nel ritiro del Ghana, fino a ieri ancora appeso a un filo di speranza, Boateng e Muntari vengono alle mani e sono cacciati dal tecnico, appoggiato dalla federazione.

Chi temeva il biscotto, non deve lamentarsi: biscotto non fu. La Germania ha giocato la gara per vincere, giocando sempre nella metà campo avversaria, con ritmi non altissimi ma ottima circolazione di palla e improvvise verticalizzazioni. Gli USA, più guardinghi, hanno comunque creato qualche occasione e, sotto di un gol, hanno via via aumentato la pressione, cercando sempre più ostinatamente il pareggio. Può sembrare scontato: se sei sotto, attacchi di più. Non è così: le notizie che arrivavano da Portogallo - Ghana, con Ronaldo & Co. prima in vantaggio, poi rimontati e infine nuovamente in vantaggio, avrebbero dovuto invitare i ragazzi di Klinsmann alla prudenza: la Germania, già in vantaggio, aveva nel carniere il primo posto nel girone col massimo possibile dei punti (dopo il pareggio col Ghana); gli USA, con la sconfitta di misura, avevano tre reti di vantaggio sui portoghesi, che avrebbero dovuto vincere di goleada per passare. Non prendere altri gol, a quel punto, era fondamentale, anche più che sullo 0 - 0. Ci vuol poco, sbilanciandosi, a farsi infilare dai tedeschi: Klose, in campo nel secondo tempo anche ieri, non è venuto in Brasile per fare da chioccia. Invece gli USA ci hanno provato e nel finale, quando era ormai chiaro che il Portogallo non avrebbe più potuto beffarli, hanno dato il tutto per tutto, sfiorando il pareggio. Un pareggio inutile per la classifica, ma non per l'orgoglio di Klinsmann, che può comunque essere soddisfatto.

Con Capello, tecnico della Russia, esce anche l'ultimo pezzo d'Italia (arbitri esclusi) dalla competizione. La Russia ha cominciato molto bene, passando in vantaggio dopo pochi minuti, ma ha avuto il torto di non chiudere la partita. Sull'1 - 1, poi, non ha saputo creare grandi occasioni. È una Russia senza grandi qualità.

C'è chi vede in Capello un possibile candidato alla panchina azzurra. Io la vedo difficile: Don Fabio ha rinnovato il contratto da poco, prolungandolo fino ai prossimi Mondiali. Nel 2018 la Coppa del Mondo farà tappa in Russia e Capello avrà tutti i riflettori addosso, tutto il favore del pubblico, tutta l'eventuale influenza che una nazione potente (e con pochi scrupoli) potrà esercitare sugli arbitri: è una grande occasione, per altro ben remunerata. Se qualcosa dovesse rompersi, fra lui e la federazione russa, si romperà fra un paio d'anni, con gli Europei (se la Russa non dovesse qualificarsi o dovesse deludere nella fase finale). Comunque, non in tempo per succedere direttamente a Prandelli. Altra ragione per cui non vedo Capello è che Don Fabio ha espresso esplicitamente la volontà di non allenare più in Italia. La terza ragione è anagrafica: a meno di non voler cercare un traghettatore (ruolo che mai Capello accetterebbe), si cercherà di puntare su qualcuno più giovane: Allegri, Mancini, Spalletti, Guidolin, il più vecchio dei quali ha nove anni meno di Fabio.

Ci si congeda dalle nazionali eliminate ed è giusto ricordarle e ringraziarle:
  • la Croazia, per aver spaventato il Brasile in casa sua;
  • il Camerun, perché il quinto Mondiale di Eto'o;
  • la Spagna, per aver fatto peggio di tutti;
  • l'Australia, per aver permesso alla Spagna, pur facendo peggio di tutti, di salvare la faccia;
  • la Costa d'Avorio, per l'ultimo Mondiale di Drogba;
  • il Giappone, per l'educazione dei suoi tifosi;
  • l'Italia prandelliana, vicecampione d'Europa;
  • l'Inghilterra, fra albe e tramonti;
  • l'Ecuador, svegliatosi troppo tardi;
  • l'Honduras, non so neanch'io perché;
  • la Bosnia ed Erzegovina, per i suoi talenti cristallini;
  • l'Iran, perché è la squadra di Reza;
  • il Portogallo, spuntato come in passato;
  • il Ghana, geniale e litigioso;
  • la Russia, con poca qualità;
  • e la peggior Corea del Sud che io ricordi.

A tutte le altre, buon proseguimento.

USA - Germania 0 - 1 (Müller)
Portogallo - Ghana 2 - 1 (Boye aut., Gyan, Ronaldo)
Corea del Sud - Belgio 0 - 1 (Vertonghen)
Algeria - Russia 1 - 1 (Kokorin, Slimani)

giovedì 26 giugno 2014

Muse ispiratrici

Olomouc, 26 giugno 2014



Forse mi è sfuggito qualcosa, ma mi pare che uno dei pochi a non aver (stra)parlato, dopo la disfatta, sia Antonio Cassano da Bari Vecchia. In Brasile, si può dire che non abbia lasciato traccia: né in campo, e questo è sicuramente un peccato, né fuori, il che gli fa meritare un plauso.
Le parole di Buffon, con De Rossi a fargli da eco, non mi sono piaciute: non sono parole da capitano. Si fatica a capire, me ne sto rendendo conto proprio in questi giorni (eppure è un vizio antico e di calcio mi nutro fin dalla più tenera età), che il calcio è uno sport di squadra: colpe e meriti debbono essere distribuiti equamente, dal primo dei titolari all'ultima delle riserve. Naturalmente, nel rianalizzare la prestanzione di un incontro o di un'intera competizione, l'allenatore deve operare delle distinzioni; e può andare anche bene che, in una certa misura, i leader di una squadra riprendano i calciatori più giovani e meno maturi, con intento costruttivo. Tutto ciò, tuttavia, deve restare all'interno del gruppo.
Ecco perché le parole di Buffon, che sarebbero tollerabili in bocca a un osservatore esterno (un giornalista o un semplice appassionato), riescono particolarmente sgradite se uscite da quella del capitano azzurro. Non rispettano le gerarchie (starebbe a Prandelli, semmai, fare simili considerazioni) e non rispettano il gruppo. Con questo sfogo, per me, Buffon abdica da leader e lo stesso dicasi per De Rossi. Per converso, il silenzio di Cassano, uno dei pochi a non aver parlato, commentato, proferito sciocchezze (magari le avrà pensate ma poco importa), gli rende l'onore del leader, del veterano: lui che era al primo Mondiale, ma che aveva tre Europei alle spalle (due dei quali da protagonista).

Messi cresce. Ieri altre due reti: una d'opportunismo, l'altra di classe, sebbene con la complicità del portiere. Partecipa al gioco, si getta in mezzo agli avversari, tira tutti i calci piazzati: è al centro del gioco dell'Argentina e, con Di Maria (più in forma di lui), è il motore del gioco offensivo dell'Albiceleste. Aguero e Higuain sono un po' indietro.
Contro la Nigeria, tuttavia, l'Argentina ha rischiato anche di non vincere. Ha costruito di più, ma la Nigeria ha risposto con alcune fiammate degne di rilievo, ispirata da un talentuoso ventunenne del CSKA Mosca: Ahmed Musa. Il ragazzo ha tirato fuori due perle: un destro a giro, su cui Romero qualche colpa ce l'ha, e uno scatto in mezzo alla difesa avversaria, a ricevere l'uno-due da un compagno, fintare sul portiere in uscita e batterlo con freddezza; un colpo che, con le dovute proporzioni, mi ha riportato alla mente la straordinaria rete di Baggio contro la Cecoslovacchia, a Italia '90.

Contro l'Ecuador, mentre la Svizzera talentuosa e multietnica travolgeva la cenerentola Honduras, la Francia ha faticato più del previsto e non è riuscita a segnare. Le è mancato il guizzo del centravanti: Benzema non è più tale, per lo meno in senso classico. Questa Francia comincia ad assomigliare a quella del 1998: qualità e limiti sembrano essere simili. L'Ecuador ha giocato col cuore: ha provato in tutti i modi a compiere un'impresa che comunque, data la contemporanea vittoria della Svizzera, sarebbe servita a poco. È riuscita a mettere pressione e sfiorare la rete anche in dieci contro undici, quando le gambe diventano dure per la fatica, dimostrando che un altro modo di attaccare è possibile.

Bosnia ed Erzegovina - Iran 3 - 1 (Dzeko, Pjanic, Reza, Vrsajevic)
Nigeria - Argentina 2 - 3 (Messi, Musa, Messi, Musa, Rojo)
Honduras - Svizzera 0 - 3 (Shaqiri, Shaqiri, Shaqiri)
Ecuador - Francia 0 - 0


mercoledì 25 giugno 2014

Tre volte Ciro

Olomouc, 25 giugno 2014

Nel giorno di Ciro, l'Italia è fuori dalla Coppa del Mondo. Per la seconda edizione consecutiva, non raggiunge gli ottavi di finale: come già quattro anni fa, l'eliminazione è meritata e non ci sono giustificazioni. In un paio di decisioni arbitrali (l'ingiusto rosso a Marchisio e quello mancato ai danni di Suarez), contro l'Uruguaz, possiamo vedere delle attenuanti, ma nulla di più.
L'ultimo tiro in porta gli Azzurri lo hanno fatto contro l'Inghilterra. Come contro la Costa Rica, l'attacco di Prandelli ha steccato. La scelta di Balotelli e Immobile, dall'inizio, non mi convinceva: i due si sono confermati poco in vena e male assortiti o poco affiatati: scarsa la sincronia, eccessiva la distanza fra l'uno e l'altro. Se contro i caraibici Balo era stato isolato in avanti, stavolta sono stati isolati entrambi, paradossalmente. Cassano è entrato quando non serviva più: quando non c'era più nessuno da assistere, a parte Chiellini nel mesto finale.
Tre cose hanno giocato a sfavore dell'Italia: due le ho nominate; la terza è l'infortunio a Verratti, il migliore in campo. La partita di oggi rappresenta il passaggio di un testimone: da Pirlo, un totem che è ormai la caricatura di sé stesso, a questo ragazzo tutto tecnica, geometrie e oggi pure dribbling. Verratti ha collezionato il 100% di passaggi riusciti nel primo tempo: medie dal Pirlo dei tempi migliori. La mia può sembrare una crudeltà: la verità è che Pirlo, nel nostro campionato, qualcosa di importante da dire ce l'ha ancora. Nel medesimo campionato Toni è ancora un centravanti di rispetto e Totti illumina con giocate di rara bellezza. A questi livelli, così come in Champions League, servono tuttavia un'altra condizione, un'altra mobilità, un'altra freschezza. Pirlo ha una classe cristallina, che gli consente ancora di brillare perfino in un Mundial e di regalare qualche giocata magistrale; il costo, tuttavia, è diventato troppo alto. Di fatto, è come se si cedesse un uomo a centrocampo: un uomo che non rientra, che non corre, che deve sempre provare a giocare di prima e che, cercando ossessivamente il colpo da maestro, cade in errore. Infortunato, non giovanissimo ma ancora integro, Pirlo ci era mancato molto quattro anni fa. Rientrato, aveva quasi raddrizzato il gioco di un'Italia involuta e brutta, rabberciata. Due anni fa, in una squadra più fresca, in un contesto più funzionante, ha fatto ancora la sua figura, mostrando qualche limite solo nel confronto con Xavi e Iniesta: due che avevano le sue qualità ma che correvano dieci volte tanto. Oggi siamo arrivati al capolinea.
Ha ragione Buffon: quando c'è da tirare la carretta, sono i vecchi a farlo, il che non va bene. La Nazionale del futuro non potrà affidarsi a Barzagli e Pirlo; dovrà imparare a fare a meno anche di De Rossi e di Buffon (io, come suo erede, Sirigu a parte, vedo Scuffet più che Perin). Dovrà ripartire da Verratti, che rappresenta il meglio del nuovo calcio italiano: un giovane di livello internazionale.
Usciamo, in primis, perché abbiamo poca qualità: poche certezze in attacco, dove Balotelli è l'ombra del sé stesso di due anni fa, e dove non ci sono più i ballottaggi storici fra numeri dieci di gran classe: Baggio, Zola, Del Piero, Totti. Cassano, al Mondiale, c'è arrivato troppo tardi; Giuseppe Rossi, l'unico che secondo me avrebbe potuto farci fare un saltino di qualità, è stato tradito dal fisico e dalla sfortuna. Ali forti non ne abbiamo, dai tempi di Donadoni (e, ancor prima, di Bruno Conti). Non si può sempre sperare in exploit come quello di Grosso (2006), per altro un terzino.
Prandelli ha fatto delle scelte, anche coraggiose, ed è naturale che si prenda la responsabilità del risultato. Una cosa, soprattutto, mi ha deluso: il rinunciare a dare un'identità offensiva, il marchio di fabbrica dell'Italia prandelliana, per tornare alle incertezze in attacco e al catenaccio di Italie precedenti. Credo che un po' abbia influito, sull'ultimo biennio di Cesare, la sonora sconfitta nella finale dell'Europeo 2014. Ci torneremo.

Vorrei fare i complimenti all'Uruguay, ma la verità è che non posso. L'undici di Tabarez è stato deludente: al netto dell'infortunio a Verratti e degli episodi contestati, è stato anche più deludente di noi. L'attacco stellare ha fatto vedere pochino. Mancava un regista, mancavano manovre efficaci, mancava velocità. La Celeste deve tutto all'uomo che, nel 2014, segna di testa nelle occasioni più importanti: Diego Godin (sua la zuccata che ha permesso all'Atletico Madrid di vincere la Liga; sua quella che, fino a pochi secondi dalla fine, stava per regalare la finale di Champion League ai Colchoneros).
Capitolo a parte merita Suarez, che di giocate ne ha fatte vedere poche, distinguendosi invece per una specialità poco ortodossa nella quale eccelle: il morso all'avversario. Il Mondiale può farne a meno.

Una Grecia pragmatica, in serata, si è qualificata ai danni della Costa d'Avorio. Lo ha fatto solo nel recupero, con un rigore trasformato (pericolosamente: piattone a mezz'altezza, una suluzione rischiosa) da Samaras, ma con pieno merito. La Costa d'Avorio, a parte il gol (ancora una volta merito di Gervinho), ha sfruttato poco il proprio potenziale, tecnicamente superiore a quello degli avversari. Si è data da fare veramente solo dopo lo svantaggio e, una volta raggiunto il pari, non ha prodotto che qualche abbozzo di contropiede.
I greci hanno dimostrato che, pur in situazioni disperate, si può giocare in modo ordinato ed efficace: rigore a parte, nel finale di partita hanno creato diverse occasioni, senza contare i legni colpiti durante tutta la partita (splendido il tiro da fuori di Karagounis). La Grecia ha dimostrato anche una buona tenuta atletica, dopo aver dovuto giocarsi due cambi già ad inizio partita, a causa degli infortuni di Kone e Kanerzis.

I risultati di ieri profilano due ottavi di finale interessanti: Colombia - Uruguay e Costa Rica - Grecia. Una fra queste due nazionali raggiungerà ai quarti, risultato storico e insperato alla vigilia.

Ci pensavo alla Scala, durante l'intervallo della partita dell'Italia: è stata, tristemente, la giornata di Ciro. Di Ciro Esposito, dato precocemente per morto dalle agenzie di stampa, ma di fatto in condizioni disperate; di Ciro Immobile (era la sua occasione), autore di una prestazione incolore, specchio del match degli Azzurri; e di Ciro Guido, un amico che lascerà presto Parigi, dove abbiamo condiviso bei momenti di convivialità, per una scelta di carriera e di vita. In bocca al lupo, amico mio, e scusami.

Costa Rica - Inghilterra 0 - 0
Italia - Uruguay 0 - 1 (Godin)
Giappone - Colombia 1 - 4 (Cuadrado, Okazaki, Martinez, Martinez, Rodriguez)

Grecia - Costa d'Avorio (Samaris, Bony, Samaras rig.)

martedì 24 giugno 2014

I peggiori di sempre

Olomouc, 24 giugno 2014

Qualificarsi agli ottavi dopo due partite può non essere un vantaggio. La tentazione di operare un massiccio turnover è forte; il rischio di giocare male la terza, magari perderla, è concreto. Ben più grave che perdere una partita, specie quando conta poco o nulla, è perdere la concentrazione, il gusto della vittoria. Si rischia di non ritrovarlo nemmeno agli ottavi, quando il gioco si fa duro.
Contro il Cile, l'Olanda un po' di turnover l'ha fatto, ma ha pagato un dazio minimo. In attacco è stata meno brillante del solito, ma un po' più di prudenza difensiva e il solito grande Robben (una freccia inarrestabile) hanno avuto la meglio di un Cile comunque sorprendente e meritatamente qualificato.
L'assenza di Van Persie, in tribuna a spellarsi le mani, si è fatta sentire, ma il dato più rilevante resta la crescita difensiva: per la prima volta nel torneo, gli oranje non hanno preso gol.

Agli ottavi l'Olanda incontrerà il Messico ed eviterà il Brasile. Non era scontato, giacché i verdeoro, contro il Camerun, hanno faticato un po' più del previsto (solite amnesie difensive), prima di dilagare nel secondo tempo. Sono primi nel girone grazie alla differenza reti e con poco merito: la Croazia, nel primo incontro, è stata penalizzata da un rigore inesistente.
Un rigore netto, invece, era quello che ha fatto infuriare Chicharito e il focoso Herrera, ct messicano. Il Messico ha interpretato la delicatissima gara contro la Croazia con grande saggezza. Ha attaccato senza sbilanciarsi, ha verticalizzato molto, ha saputo aspettare, conscio del fatto che il passare dei minuti giocava a suo favore. L'ingresso di Hernandez, nel secondo tempo, è stato determinante: Chicharito ha incrementato la vivacità e la qualità del gioco offensivo messicano, quasi procurandosi un rigore (fallo di mano non visto o giudicato involontario dall'arbitro), entrando nell'azione del secondo gol e segnando il terzo. Una nota di merito va anche a Rafa Marquez, impeccabile senatore della difesa, cui va il merito del gol che ha sbloccato l'incontro.
Passata in svantaggio, la Croazia si è disunita, come era comprensibile, e ha lasciato campo libero al Messico, rischiando la goleada e riprendendosi solo nel finale. Poco efficaci sia Olic sia Modric, rispetto alle giornate precedenti.

Qualcuno dice che la Spagna ha salvato la faccia, evitando il peggior risultato si sempre per una nazionale campione del mondo. Sul fatto che abbia salvato la faccia, con un risultato rotondo sull'Australia, sono d'accordo. Non sul fatto che la Francia, nel 2002, abbia fatto peggio. I francesi (praticamente privi di Zidane), in quell'occasione, avevano racimolato un solo punto, ma nella seconda partita (contro l'Uruguay), il che ha permesso loro di giocare la terza con ancora la speranza di qualificazione.
Anche l'Italia, quattro anni fa, aveva disputato l'incontro con la Slovacchia con la possibilità di raggiungere gli ottavi: le bastava un misero pareggio.
Gli spagnoli di quest'anno, invece (complici anche i risultati degli altri) sono andati virtualmente a casa già dopo due partite. Mai era successo in passato che i campioni del mondo abdicassero coì precocemente.

Oggi tocca agli Azzurri: se dovessero perdere, si parlerebbe di allenatore da cambiare, di calcio italiano da rifondare, di stadi vuoti e di regole vetuste, di violenza e di vivai da potenziare. Basterà un pareggio, invece, per sentire tutt'altra musica. I problemi del calcio italiano, tuttavia, non dipendono dalla partita di stasera e vanno affrontati indipendentemente dal risultato contro l'Uruguay e dai successivi.
Il cambiare continuamente modulo offensivo mi piace poco: non è il segnale di un ventaglio di opzioni, quanto dell'incapacità di trovare un equilibrio, un gioco efficace. Stasera si gioca con due attaccanti di peso, mentre io, non ostante la prova opaca di venerdì scorso, avrei confermato Cassano dal primo minuto. Con Cassano e Balotelli, due anni fa, l'Italia ha fatto vedere cose più che dignitose, raggiungendo la finale degli Europei.
Prandelli è in bilico fra due possibilità: dare alla nazionale un gioco difensivo, tipicamente italiano, o provare a cambiare qualcosa nella nostra mentalità, come ha fatto in passato. Io propenderei per la seconda: più del 4 - 0 patito dagli spagnoli, mi piace ricordare come abbiamo schiacciato un'Inghilterra catenacciara e come abbiamo beffato, nuovamente, la fenomenale Germania. Il coraggio, a volte, paga.

Olanda - Cile 2 - 0 (Memphis, Fer)
Australia - Spagna 0 - 3 (Villa, Torres, Mata)
Camerun - Brasile 1 - 4 (Matip, Neymar Jr., Neymar Jr., Fred, Fernandinho)
Croazia - Messico 1- 3 (Marquez, Guardado, Hernandez, Perišić)

lunedì 23 giugno 2014

La solitudine di CR7

Olomouc, 23 giugno 2014

Una seconda fase del Mundial, per me, è cominciata fra ieri e oggi.
Salutate le mie ospiti, a Praga, torno a dedicare alla Coppa del Mondo l'attenzione che merita.

In treno, di ritorno a Olomouc dalla capitale, ho guarducchiato Corea del Sud - Algeria sul cellulare. Fin da subito, l'Algeria mi è sembrata più presente sul campo: più concreta, più pericolosa, perfino più abile nel palleggio. I coreani, già sotto di tre reti nel primo tempo, erano svogliati, imprecisi e lenti. Se amassi la dietrologia, avanzerei l'ipotesi di una combine. Ripensando alle Coree del passato, quella di ieri è troppo brutta per essere vera.
Il calcio africano, in queste seconde partite, si è parzialmente ripreso. Caduta la Costa d'Avorio, si è parzialmente riscattato il Ghana, hanno brillato Algeria e Nigeria. Desolante, a zero punti, solo il Camerun, legato a doppio filo a un Eto'o non più brillante come un tempo.

Capita difficilmente, ai mondiali, di vedere quanto si è visto la scorsa notte a Manaus: due squadre, entrambe ancora in corsa per un posto agli ottavi, deluse per il risultato. Per rientrare prepotentemente in corsa, i brasiliani, avevano bisogno di una vittoria, mentre è arrivato solo un pareggio. Gli USA, dopo aver accarezzato il sogno di una qualificazione in due partite, si trovano invece a doversi giocare tutto contro la Germania. Entrambe rischiano molto ma entrambe sono ancora in gioco.
La partita è stata bella: si è tirato molto, soprattutto dalla distanza, ma i gol sono arrivati tutti da pochi metri. Complessivamente ho visto meglio gli americani, che avrebbero potuto segnare di più (incredibile un tiro di Bradley, respinto da un avversario sulla linea di porta), sebbene sia stato Howard il portiere più impegnato. Ho visto una gran bella partita, da vero capitano, di Dempsey; sull'altro fronte, CR7 è apparso da subito poco preciso e pungente, perfino meno motivato di altre volte, salvo entrare nell'azione del pareggio con un cross perfetto. Il problema del Portogallo, annoso, è quello del centravanti. Helder Postiga (per altro non un giocatore straordinario né tanto meno reduce da una stagione convincente) si è fatto male dopo pochi minuti e chi lo ha sostituito, Eder, non si è mai reso pericoloso. Questi centravanti di dubbio valore, oltre a non produrre pericoli per gli avversari, hanno anche un pericoloso effetto collaterale: tengono Ronaldo lontano dalla porta, in una posizione che CR7 occupava anni fa, nella quale segnava molto di meno. Già al Manchester United, Alex Ferguson aveva via via avvicinato il portoghese all'area avversaria, decentrando Rooney. Stessa cosa al Real Madrid: Ronaldo al centro (anche se libero di svariare) e Benzema, che sarebbe il centravanti più naturale, largo. Nel Portogallo di Bento i ruoli si sono invertiti: Ronaldo, tornato a fare l'ala, ha poche occasioni per rendersi davvero pericoloso, mentre si chiede il colpo risolutivo, se non proprio a carneadi della pedata, a calciatori di livello ben più modesto. Tutto questo ce lo raccontano, ancor prima che le partite, gli occhi malinconici di CR7, sulla fascia (destra, per giunta, da cui può crossare più che tirare; stesso problema ha avuto anche l'Olanda, con Robben) e spesso molto arretrato.

Il Belgio, che tutti davano per possibile rivelazione del torneo, prova a confermarsi tale. Vince nuovamente con due gol di scarto e vola agli ottavi, inguaiando Capello e rendendo una formalità il terzo incontro, che lo vedrà opposto alla peggior Corea del Sud che io ricordi.

Da oggi, solo verdetti: Olanda e Cile, già qualificate, si giocheranno il primo posto nel gruppo B, ma la vera partita di cartello sarà Croazia - Messico. Dando per scontato il passaggio agli ottavi del Brasile (sicuro al 100% con un pareggio ma probabile anche in caso di clamorosa sconfitta contro i leoni indomabili), è a Recife che deciderà chi accompagnerà i verdeoro agli ottavi. Nessuna delle due, va detto, finora ha sfigurato. Il Messico è avvantaggiato: non solo perché gli bastano due risultati su tre, ma anche perché ha una difesa solidissima e un portiere in gran forma.

Belgio - Russia 1 0 (Origi)
Corea del Sud - Algeria 2 - 4 (Djabou, Halliche, Slimani, Son, Brahimi, Koo)
USA - Portogallo (Nani, Jones, Dempsey, Varela)

mercoledì 18 giugno 2014

Commentare senza vedere

Olomouc, 18 giugno 2014

Pierre Bayard, qualche anno fa, ha scritto un libro intitolato Comment parler des livres que l'on n'a pas lus? Non l'ho letto ma ho un collega, Marcello Bolpagni, che la pensa esattamente a questo stesso modo: giudicare un libro (o un autore) è possibile, anzi talora quasi doveroso, pur non avendone letta una sola riga. Tale giudizio si fonderebbe, se ho ben capito lo spirito, su tre pilastri: 1) opinioni di persone che hanno letto tale libro e che godono della nostra stima; 2) pregiudizi e stereotipi nei quali ci si riconosce; 3) lettura di un libro o un autore ritenuti in qualche modo "simili" a quello in questione; a ciò si aggiunga, quale ingrediente supplementare o (piuttosto) quale sintesi dei tre precedenti, un non meglio precisato "buonsenso", che non guasta mai.
Non ho letto il libro di Bayard (e, visto il titolo, sembrerebbe quasi un controsenso farlo) né ho letto, sempre dello stesso autore, Comment parler des lieux où l’on n’a pas été? (Anche qui il Bolpagni potrebbe dire qualcosa). Titolo e formula, con poche varianti, potrebbero essere replicati per svariati argomenti. Io potrei diventare un esperto di Commentare le partite senza averle viste.

Mantenendo la media, ieri ho snobbato il Belgio per un cineforum. Non ne vado fiero, tanto più che si trattava di un film che conoscevo già (mentre la partita, quella no, non l'avevo mica già guardata), ma tant'è: ho scelto di sacrificare il pomeridiano Belgio e la notturna Russia per concentrarmi sul Brasile serale. Non è stata una buona scelta: secondo zero a zero in due giorni di Coppa del Mondo. Uno zero a zero, beninteso, molto diverso da quello fra Iran e Nigeria: in questo caso si è giocato un po' di più, con valori tecnici superiori, ma con identico risultato. Il Messico qualche azione l'ha fatta, tirando soprattutto da fuori: Julio Cesar ha fatto il suo. La differenza, tuttavia, l'ha fatta il suo pariruolo messicano, Ochoa, sempre tempestivo e impeccabile, talora quasi miracoloso. Il Brasile ci ha provato, va detto, ma non ha un potenziale offensivo eccezionale. Fred è un onestissimo lavoratore, ma non molto più. Non regge il confronto con Ronaldo né con i migliori Luis Fabiano, Pato e Adriano. Appannato Oscar, l'onere di creare qualche pericolo è stato tutto sulle spalle di Neymar, più vivace ma anche meglio imbrigliato dalla difesa messicana che non da quella croata. Rafa Marquez e compagni hanno svolto un lavoro egregio, che lascia al Messico il secondo posto nel girone, a pari punti col Brasile. La qualificazione agli ottavi è più vicina: basterà pareggiare contro la Croazia.

La prima "giornata" si è conclusa. A occhio e croce, mi pare che i gol segnati siano molti: un solo zero a zero. Poche espulsioni (ne conto due, una per somma di gialli) e, tutto sommato, gioco abbastanza corretto, al netto delle simulate brasiliane (ieri, nella seconda partita, tentativo di sceneggiata di Marcelo, in area messicana. Un bel mondiale, il suo, finora).

Sneijder dice di temere l'Australia più della Spagna. Fa bene: innanzi tutto, la partita che viene è sempre più insidiosa di quella che si è giocata. In secondo luogo, perché difficilmente l'Australia giocherà a viso aperto come la Spagna. Infine, perché difficilmente si può immaginare di incrociare due volte di fila un portiere in giornata no come il Casillas dell'esordio. In serata gioca anche la Spagna: un passo falso col Cile potrebbe significare l'eliminazione dalla Coppa.

Maurizio Gasparri, dall'Italia, vomita insulti contro gli inglesi, "boriosi e coglioni", e su tutti coloro che si sono permessi di contestare il suo tweet. In assenza di sterili polemiche legate alla Nazionale di Prandelli, un refolo di vento d'Italia arriva anche qui, a Olomouc.

Belgio - Algeria 2 - 1 (Feghouli rig., Fellaini, Mertens)
Brasile - Messico 0 - 0
Russia - Corea del Sud 1 - 1 (Lee, Kerzhakov)

martedì 17 giugno 2014

Reza forever

Olomouc, 17 giugno 2014

La nazione che, piu` di tutte, meriterebbe di vincere i Mondiali e` la Germania. Dopo la finale del 2002, persa contro il Brasile, i tedeschi hanno costruito una nuova nazionale, fatta auspicabilmente per vincere il torneo successivo, quello in cui sarebbero stati padroni di casa. La Germania del 2006 era fondata su una generazione di calciatori giovani ma gia` con una certa esperienza: Lahm, Schweinsteiger, Podolsky. I tedeschi persero in semifinale contro l´Italia: pagarono la fatica patita nel turno precedente, che invece era stato morbido per gli Azzurri. Il cambio di allenatore, da Klinsmann a Loew, rappresenta bene gli anni successivi della compagine tedesca: all`insegna del cambiamento e della continuita` insieme. La generazione di calciatori di cui sopra e` cresciuta e nuovi innesti hanno potenziato la squadra: Kehdira, Oezil, Boateng, Mueller, Gomez. La Germania ha acquisito un volto sempre piu` multientico, incorporando figli dell`immigrazione e traendone risorse fondamentali. Ha cominciato ad assomigliare un po` alla Francia di qualche anno prima, quella che aveva vinto tutto con Zidane, Thuram, Henry e Trezeguet. Senza la Spagna dei fenomeni, questo gruppo avrebbe potuto vincere tutto, toccando l`apice nel 2010.
Il mondiale brasiliano e` importante perche' e` l'ultima chiamata per la generazione di cui sopra. Ormai sono esperti come pochi altri, ancora non sono vecchi. Klose fa la chioccia, il monumento, ma all`occorrenza sa ancora farsi valere anche in campo.
Il movimento calcistico tedesco rappresenta uno dei modelli migliori: e` ben organizzato dal basso, punta sui giovani, ha riportato le persone allo stadio, sa nutrirsi dei flussi migratori. Le squadre di club vincono e la Nazionale, ormai da anni, e` un perfetto equilibrio di tecnica e organizzazione, continuita` e rinnovamento.
Non ho visto la partita di ieri e me ne vergogno: ero a mangiare salsicce e braciole di maiale al Kovikt, per la festa di fine semestre della facolta`. Mi sono perso un risultato rotondo: posso immaginare un Portogallo deludente, con tante lacune difensive, e una Germania straripante, convincente dal primo all`ultimo minuto.

Ieri mi sono concetrato sulla partita finora piu` noiosa del Mundial: Iran - Nigeria. L`occasione era troppo ghiotta: vedere la partita in compagnia di due dei tre iraniani (documentati) di Olomouc, nella palestra Omega. Il bello dei mondiali, per me, e` anche questo: vedere le partite, spesso a pezzi e bocconi, in luoghi diversi, con persone diverse, bevendo birre o vino, cocktail o tisane. Tra pub, case, palestre, uffici, piazze, aeroporti, su computer portatili, maxischermi, tv al plasma o a tubo catodico. Romanticismo a parte, l`incontro e` stato soporifero, a causa di una Nigeria deludente, pallidissima erede delle formazioni che ricordo in alcune delle passate edizioni, e di un Iran rinunciatario: troppo ingolosito dalla prospettiva di portare a casa un puntarello per rischiare di provare a fare il colpaccio da tre.
Peccato: Reza, il numero sedici, mi sembrava in palla: vivace, mobile, abbastanza tecnico, ha messo in difficolta` il portiere avversario con un bel colpo di testa nel primo tempo.

Nottetempo, gli USA di Klinsmann hanno battuto il Ghana, imbottito di nomi eccellenti. Costa d'Avorio a parte, finora non mi pare il mondiale delle africane.

Germania - Portogallo 4 - 0 (Mueller, Hummels, Mueller, Mueller)
Iran - Nigeria 0 - 0
Ghana - USA 1 - 2 (Dempsey, A. Ayew, Brooks)

lunedì 16 giugno 2014

Il galletto alla Rooney

Olomouc, 16 giugno 2014

Che Francia! Si può sostenere, come fanno in molti, che l'Honduras è un avversario da poco. Certe partite, tuttavia, rischiano di diventare insidiose, se non si mettono in campo i mezzi adeguati per uscirne fuori bene. Orfana di Ribery, la Francia ha cominciato a spron battuto, mettendo sotto gli honduregni e colpendo due legni nel primo tempo. A questo punto, col passare dei minuti e col risultato che non si sbloccava, la situazione rischiava di divenire pesante. Non dimentichiamoci che la Francia viene da un europeo incolore e, prima ancora, da un mondiale vergognoso. Dal 2006 non è più autentica formazione di vertice. Vivacchia, mostrando a tratti bel gioco, esibendo alcuni campioni e aspettando, inesorabile, l'eliminazione dai vari tornei. Senza dimenticare le qualificazioni ottenute a fatica, contro avversari non irresistibili e non senza polemiche (chiedere al Trap, ex manager dell'Irlanda). L'spetto maggiormente positivo della Francia, collettivo a parte, ha un nome e un cognome: si chiama Karim Benzema. Benzema ha caratteristiche da centravanti e tale nasce. Col tempo, tuttavia, ha dovuto imparare anche altre arti: prima nel Lione, dove era la stella, e dopo nel Real Madrid, dove è uno dei tanti. Nel Real di Ronaldo, in particolare, o ti adatti o non sopravvivi: nessuno, in presenza di CR7, può fare il terminale offensivo dei Blancos. Provare a giocarsi il posto col portoghese equivale ad autoescludersi. Il Real, di centravanti di peso, ne aveva altri due: Higuain e Benzema. L'uno, che pure era stato capocannoniere della Liga, ha finito con l'essere un rimpiazzo di lusso; l'altro, giocando largo (con un'evoluzione simile a quella di Rooney) e praticando l'arte dell'assist (senza disimparare quella del gol) con un certo successo, è rimasto a fare la spalla, con eccellenti risultati. L'uno, alla fine, è andato nella lista degli esuberi ed è stato venduto al Napoli (squadra dignitosissima con un progetto ambizioso, ma pur sempre svariati gradini sotto al Real), dove ha confermato le proprie qualità; l'altro, restando al centro del progetto Real, ha vinto la decima Champions dei Blancos. Benzema, proprio grazie a Ronaldo e all'esperienza in Spagna, ha raggiunto una maturazione eccezionale e ieri ha disputato una partita sontuosa. Uomo ovunque, ha segnato due reti ed è entrato di prepotenza nella terza (autogol del portiere rilevato dalla nuova tecnologia anti-gol-fantasma). Ha mostrato forma fisica, sapienza tattica, classe e potenza. Insieme a Valbuena ha dato una grossa mano a non far sentire l'assenza di Ribery.

Dell'Argentina ho visto il primo tempo, mentre preparavo la pasta fredda (che poi non ho mangiato) per oggi. Nulla di trascendentale. Messi ostinato e poco pungente, Aguero poco servito, Higuain in panchina. Poi, mentre io ero già a letto, qualcosa deve essersi sbloccato, e la Pulce ha ritrovato sorriso e gol mondiale, otto anni dopo. Di Svizzera - Ecuador ho fatto in tempo a gustarmi l'incredibile finale, con il contropiede di Valencia fermato da Behrami e lo straordinario taglio di Seferovic, lestissimo a farsi trovare pronto per la rete del vantaggio, in sextremis. Tre punti preziosi.

Svizzera - Ecuador 2 - 1 (E. Valencia, Mehmedi, Seferovic)
Francia - Honduras 3 - 0 (Benzema, Valladares aut., Benzema)
Argentina - Bosnia Erzegovina 2 - 1 (Kolasinac aut., Messi, Ibisevic)

domenica 15 giugno 2014

Chi ben comincia ha tre punti in più

Olomouc, 15 giugno 2014 L'Italia ha esordito vincendo: c'è chi, invocando la cabala, quasi sperava il contrario. Sembravano non ricordare, costoro, che otto anni fa gli Azzurri vinsero la prima contro il Ghana (Pirlo, gran tiro da fuori area, e Iaquinta, di rapina). Non è vero, dunque, che cominciare male ci porta bene: è vero che ciò è accaduto nel 1982, in Spagna, e da allora ciò è diventato un paradigma, alla faccia dei controesempi precedenti e seguenti. È curioso come il Mundial spagnolo (1982), nella memoria, sia impresso più stabilmente nella memoria nostrana di quello tedesco (2006). Ad ogni modo, abbiamo vinto: non ho letto i titoli della stampa italiana ma a me pare un risultato rimarchevole. L'Inghilterra era un ostacolo più insidioso di come la si descrivesse: troppo debole per puntare al titolo, non può comunque essere considerata un avversario mordbido per una partita d'esordio. Ha diversi punti deboli (a cominciare dal portiere Hart), calciatori di caratura ed esperienza internazionale (Gerrard, Rooney, Lampard) e alcuni giovani di un certo valore: Sturridge e Sterling ci hanno messo in difficoltà più volte. Fra i punti deboli, ahimé l'età dei calciatori più forti. Nel complesso mi sembra che Pirlo (buon per noi) stia invecchiando meglio dei colleghi di reparto britannici. Non è certo anziano ma è certamente un veterano Wayne Rooney (classe '85), che ieri non era proprio in vena. Molto meglio Balotelli, sotto tutti i punti di vista. A colpirmi maggiormente, tuttavia, sono stati Sirigu (che non ha fatto rimpiangere Buffon) e Candreva, eccellente sia vicino sia lontano dall'area avversaria. Mi preoccupa un po' la difesa, dove Paletta ha denunciato alcuni limiti evidenti. Non mi convinceva, all'inizio, la scelta di giocarsela con un solo attaccante. È una soluzione che ha pagato ma che deve essere necessariamente alternata con configurazioni differenti. Non abbiamo Se c'è una cosa che non ci manca, in attacco, è la varietà: Balotelli, Cassano, Cerci, Immobile, Insigne hanno caratteristiche diverse l'uno dall'altro (a somigliarsi maggiormente, forse, Balotelli e Immobile): sarebbe un peccato non far fruttare questa varietà e sarebbe un delitto, avendo lasciato a casa Rossi, non dare spazio a coloro che lo hanno rimpiazzato. A rendere più interessante il girone degli Azzurri è arrivata, inaspettata, la sconfitta dell'Uruguay, rimontato da una cinica Costa Rica. La Celeste ha sicuramente pagato l'assenza di Suarez, ma anche preoccupanti lacune difensive. Questo risultato è positivo per varie ragioni: tiene lontano l'Uruguay, che è una squadra esperta con alcuni valori indiscussi, e ci mette in allerta in vista del match coi caraibici, allontanando il fantasma di sciagurati turnover (mi tornano alla mente le avventate scelte di Sacchi contro la Repubblica Ceca, a Euro '96) e di pericolosissimi cali di tensione. Abbiamo la qualificazione a portata di mano e sarebbe delittuoso non approfittarne. Di Grecia - Colombia ho visto gli ultimi minuti; di Costa d'Avorio - Giappone solo i gol. Gervinho continua l'ottima stagione, confermando il buono che ha fatto vedere con la Roma. Domani esordiranno la Francia, in cui non ripongo grandi aspettative (specie dopo il forfait di Ribery), e l'Argentina: nella quale, al contrario, credo molto. Messi è reduce da una stagione deludente, almeno rispetto ai suoi standard, e avara di successi. Sembra avere un male misterioso e inquietante, che lo porta a vomitare spesso in campo. Ha sovente lo sguardo assente; sembra un calciatore svuotato dai suo stessi successi, dalla pressione, da stimoli sempre più difficili da raggiungere. Messi è ancora nel pieno della carriera: deve vincere ancora e l'unico successo che gli manca è proprio il Mundial. Che sia il suo anno? Che possa ritrovare energie, entusiasmo e quella bellezza di cui parla Saviano (La bellezza e l'inferno) proprio in Brasile? La tecnologia continua ad assistermi: l'Italia, alla fine, l'abbiamo vista da me, col mio vecchio laptop (quello su cui sto digitando ora) collegato al monitor di Enrico, le casse de mio ufficio e il decodificatore che ho comprato qualche giorno fa. Birra, patatine e tifo vivace ci hanno accompagnato fino al cuore della notte, in quel di Černá cesta). Colombia - Grecia 3 – 0 (Armero, Gutierrez, Rodriguez) Uruguay – Costa Rica 1 – 3 (Cavani rig., Campbell, Duarte, Ureña) Inghilterra - Italia 1 - 2 (Marchisio, Sturridge, Balotelli)

sabato 14 giugno 2014

Il volo dell'angelo

Due su quattro: una media, finora, da spettatore della domenica. Due partite già me le sono perse, ma ho visto sicuramente le più interessanti. Ieri sera è stata la volta della Spagna. Come luogo, stavolta, è stato scelto un bar nei pressi di Dolní náměstí, che trasmetterà anche l'Italia stanotte. Eravamo un gruppo di stranieri, di varie nazionalità. Molti non li conoscevo: a dimostrazione che sì, Olomouc è una città piccola, ma che conserva ancora qualche sorpresa. Le sorprese maggiori, tuttavia, ce le ha riservate la Spagna. Dopo essere passata in vantaggio, su rigore, il più sembrava fatto. Qualche spazio gli oranje lo avrebbero concesso e lì tecnica e velocità iberica avrebbero dovuto colpire. Invece gli spazi maggiori li ha concessi proprio la Spagna e le frecce olandesi sono state implacabili: il volo di Van Persie, per l'1 - 1 (splendido pallonetto di testa con cui si è inaugurata la giornataccia di Casillas: doveva battere il record di imbattibilità di Zenga e invece ne ha presi cinque), resterà una delle immagini più belle di questa rassegna. Penso che una delle chiavi tattiche del match sia stato lo spostamento di Robben dalla fascia sinistra. Robben è letale quando può convergere verso il centro da destra e caricare il tiro: stasera lo ha ampiamente confermato. L'Olanda ha avuto più gambe, più velocità, più concretezza e più cattiveria. La Spagna si è sbriciolata a centrocampo e in difesa, mantenendo un po' di brillantezza in attacco, dove ha pagato tuttavia qualche leziosismo di troppo. Torres da tempo non è più quello di qualche anno fa; Villa si avvia, dopo una sontuosa carriera, al viale del tramonto. Diego Costa è un elemento nuovo, ma non è al meglio, e Llorente è a casa. Per carità, si può vincere anche senza centravanti, come ha fatto la Spagna due anni fa, agli Europei, ma bisogna essere tutti al meglio. L'ossatura di questa squadra è una generazione di fenomeni, alcuni dei quali ormai avvicinano o passano la trentina. Non possono fare con la stessa facilità cose che, quattro anni fa, riuscivano a occhi chiusi. È ancora presto per dire se sia finita un'era, come molti già scrivono, ma di sicuro la "manita" di ieri è un segnale d'allarme. Va ricordato che, anche quattro anni fa, i campioni d'Europa avevano cominciato con una sconfitta: contro la Svizzera, ben meno temibile dell'Olanda. Poco da dire sul Messico che batte il Camerun. Il Cile che strapazza l'Australia, invece, deve fare almeno un po' di paura alla Spagna. Mercoledì prossimo, Sanchez e compagni potranno contare sui tre punti in più rispetto agli avversari. Un'eventuale vittoria potrebbe significare qualificazione automatica e contemporanea eliminazione degli iberici. Anche con un pareggio, tuttavia, i cileni metterebbero un importante mattoncino sulla via della conquista degli ottavi. La Spagna, per cultura e per necessità, cercherà i tre punti: i cileni sono veloci e tecnici e potranno provare a colpire in contropiede. Stasera debuttano gli Azzurri. Percepisco un ottimismo generalizzato: io penso che, contro gli inglese, non vinceremo. Non mi sembrano così deboli come li si dipinge; non mi sembrano così deboli rispetto a noi, quanto meno. Un capitolo a parte, a parte merita Casillas: portiere straordinario, che però non è più titolare nella sua squadra di club da due anni. Con Mourinho ha perso il posto in favore di Diego Lopez (nemmeno convocato da Del Bosque); con Ancelotti lo ha recuperato solo in Champions League. Certi monumenti, talvolta, rischiano quasi di costituire un handicap per le loro squadre. Quando non sono in forma i tecnici sono restii a sostituirli con i colleghi. Fu così, l'anno scorso, con l'Italia della Confederations Cup: Marchetti era stato il miglior portiere del campionato ed era sicuramente più in forma di Buffon, che giocò la manifestazione da titolare. Tornando a Casillas, va ricordata la sua repsponsabilità sul gol di Godin, nella finale di Champions di quest'anno. Si era trovato nella terra di nessuno, un po' come ieri sera, al cospetto dell'angelo Van Persie. Per una volta, a volare è stato Robin, non Batman.

venerdì 13 giugno 2014

Neymar scatenato

Olomouc, 13.6.2014 Il pronosticatore che è in me gongola. Non tanto per la vittoria del Brasile, prevedibile nell'esito se non nell'andamento, quanto per la doppietta di Neymar Jr., autentico mattatore della serata. Il talento del Barcellona ha mostrato una forma smagliante: quando indossa la casacca verdeoro si trasforma in un demonio inarrestabile. Corsa, tecnica, cattiveria (ha preso un giallo), precisione chirurgica (in occasione della prima rete) e fortuna (in occasione del secondo gol, su rigore). Neymar e Oscar (gran partita, impreziosita dal sigillo nel finale) a parte, il Brasile, non ha fatto vedere granché. In avvio la Croazia è stata decisamente superiore: brava nelle ripartenze, micidiale con Olic largo sulla sinistra, capace di sfuggire sistematicamente a Dani Alves e di crossare basso verso il centro. Alla Croazia è mancato un centravanti di peso come Mandzukic, squalificato. Ha inoltre pagato una certa lentezza di riflessi di Pletikosa, che qualche colpa ce l'ha su tutti e tre i gol (rigore compreso: l'aveva presa e se l'è fatta sfuggire). Il rigore su Fred non c'era, ma non sono d'accordo nell'avvelenare il clima con precoci polemiche. Vedremo più in là se esiste una sudditanza psicologica (per non dire altro) in favore dei padroni di casa. Il Brasile non mi ha impressionato; se penso, tuttavia, che ha comunque vinto con due gol di scarto e che può crescere, la mia percezione cambia. Lì davanti non ha un fenomeno, ma Fred è un onestissimo lavoratore, con grande esperienza internazionale, e con la vena di Neymar e Oscar può ben fare a meno di un Ronaldo o di un Diego Costa. Questa configurazione dà ai verdeoro una certa imprevedibilità, che potrà essere utile con l'avanzare della manifestazione. Ho visto la partita a casa, col mio portatilino, sulla tv ceca. I miei scarsi mezzi tecnici, finora, hanno funzionato alla perfezione. Già si discute di dove vedere l'esordio degli Azzurri, domani notte, contro l'Inghilterra. Si vagliano le possibili soluzioni: la migliore, proprietario permettendo, sarebbe riunirci alla Pizzeria La Scala, mangiare una pizza e goderci l'incontro sulla televisione del locale, piuttosto grande. Ho trovato piuttosto noiosa la cerimonia d'apertura: e dire che a me, certe manifestazioni un po kitsch, piacciono. Il fatto è che non mi ha colpito nulla se non, in negativo, l'imbarazzante Jennifer Lopez. Stasera esordisce la Spagna: per uno strambo caso, affronterà proprio l'Olanda, battuta quattro anni fa in finale. Si riprende da dove si era lasciato. Brasile - Croazia 3 - 1 (Marcelo aut., Neymar Jr., Neymar Jr. rig., Oscar)

mercoledì 11 giugno 2014

Dalla Cechia con amore (antefatto)

Olomouc, 11.6.2014 A ben vedere, spesso il Mundial me lo sono visto all'estero, dove per "estero" intendo "non in Italia". Nel 1986 ero in Canada con mio padre; otto anni più tardi, la sciagurata finale di Pasadina la guardai nei dintorni di Londra, con un sacco di amici. Con un salto di otto anni ancora la mia mente vola a Hannover, per la partita d'esordio degli Azzurri, contro il Ghana. Ero con Till, che condivise con me anche la finale dell'ultima edizione, quella sudafricana, in quel di Francoforte. In queste occasioni ho sempre viaggiato durante la rassegna, così da vederne una parte in Italia, una parte in un paese straniero: mai è successo, finora, che assistessi a un Mondiale interamente all'estero. Al netto di sorprese, accadrà quest'anno: vedrò la fase a gironi e gli ottavi in Repubblica Ceca; le ultime partite le vedrò in Francia, a Grenoble. Olomouc si prepara all'evento in modo poco partecipato. Dipenderà dal fatto che la nazionale di casa è stata estromessa dalla competizione, guarda caso proprio dagli azzurri. Oppure la cosa ha a che fare con una certa indifferenza locale a eventi che altrove si seguono febbrilmente. Non si ve(n)dono bandiere né sciarpe; non sento parlare di Public Viewing, come è invece usuale in Germania. Solo la temperatura e l'umidità, in crescita, richiamano il clima brasiliano. Ci si potrebbe quasi dimenticare che il Mondiale comincerà domani. Come è tradizione, ho fatto i miei pronostici. Ho dato vincente l'Argentina, in finale contro la Germania (1 - 0). I tedeschi batteranno i padroni di casa in semifinale, gli argentini avranno la meglio su un ancora sorprendente Uruguay, quarto anche quest'anno. L'Italia si fermerà a . Capocannoniere sarà Neymar Jr., ma non escludo uno o più pari merito. L'Italia si fermerà ai quarti, come ha previsto Buffon; la Spagna ai quarti, eliminata dai verdeoro brasiliani, con indicibile godimento di Felipao Scolari, che ha il dente avvelenato contro Diego Costa. Che mondiale sarà, per me? Difficile e sottotono. Il clima non è e non prevedo che sarà quello delle passate edizioni; gli orari degli incontri e le difficoltà tecniche (a casa non ho né internet né la televisione) non favoriranno la visione delle partite. Gli ospiti, più che gli impegni di lavoro, mi faranno sicuramente saltare qualche appuntamento. Sarà un mondiale così, da prendere con filosofia e da raccontare a pezzi e bocconi: accontentatevi.