Forse mi è sfuggito qualcosa, ma mi pare che uno dei pochi a non aver (stra)parlato, dopo la disfatta, sia Antonio Cassano da Bari Vecchia. In Brasile, si può dire che non abbia lasciato traccia: né in campo, e questo è sicuramente un peccato, né fuori, il che gli fa meritare un plauso.
Le parole di Buffon, con De Rossi a fargli da eco, non mi sono piaciute: non sono parole da capitano. Si fatica a capire, me ne sto rendendo conto proprio in questi giorni (eppure è un vizio antico e di calcio mi nutro fin dalla più tenera età), che il calcio è uno sport di squadra: colpe e meriti debbono essere distribuiti equamente, dal primo dei titolari all'ultima delle riserve. Naturalmente, nel rianalizzare la prestanzione di un incontro o di un'intera competizione, l'allenatore deve operare delle distinzioni; e può andare anche bene che, in una certa misura, i leader di una squadra riprendano i calciatori più giovani e meno maturi, con intento costruttivo. Tutto ciò, tuttavia, deve restare all'interno del gruppo.
Ecco perché le parole di Buffon, che sarebbero tollerabili in bocca a un osservatore esterno (un giornalista o un semplice appassionato), riescono particolarmente sgradite se uscite da quella del capitano azzurro. Non rispettano le gerarchie (starebbe a Prandelli, semmai, fare simili considerazioni) e non rispettano il gruppo. Con questo sfogo, per me, Buffon abdica da leader e lo stesso dicasi per De Rossi. Per converso, il silenzio di Cassano, uno dei pochi a non aver parlato, commentato, proferito sciocchezze (magari le avrà pensate ma poco importa), gli rende l'onore del leader, del veterano: lui che era al primo Mondiale, ma che aveva tre Europei alle spalle (due dei quali da protagonista).
Messi cresce. Ieri altre due reti: una d'opportunismo, l'altra di classe, sebbene con la complicità del portiere. Partecipa al gioco, si getta in mezzo agli avversari, tira tutti i calci piazzati: è al centro del gioco dell'Argentina e, con Di Maria (più in forma di lui), è il motore del gioco offensivo dell'Albiceleste. Aguero e Higuain sono un po' indietro.
Contro la Nigeria, tuttavia, l'Argentina ha rischiato anche di non vincere. Ha costruito di più, ma la Nigeria ha risposto con alcune fiammate degne di rilievo, ispirata da un talentuoso ventunenne del CSKA Mosca: Ahmed Musa. Il ragazzo ha tirato fuori due perle: un destro a giro, su cui Romero qualche colpa ce l'ha, e uno scatto in mezzo alla difesa avversaria, a ricevere l'uno-due da un compagno, fintare sul portiere in uscita e batterlo con freddezza; un colpo che, con le dovute proporzioni, mi ha riportato alla mente la straordinaria rete di Baggio contro la Cecoslovacchia, a Italia '90.
Contro l'Ecuador, mentre la Svizzera talentuosa e multietnica travolgeva la cenerentola Honduras, la Francia ha faticato più del previsto e non è riuscita a segnare. Le è mancato il guizzo del centravanti: Benzema non è più tale, per lo meno in senso classico. Questa Francia comincia ad assomigliare a quella del 1998: qualità e limiti sembrano essere simili. L'Ecuador ha giocato col cuore: ha provato in tutti i modi a compiere un'impresa che comunque, data la contemporanea vittoria della Svizzera, sarebbe servita a poco. È riuscita a mettere pressione e sfiorare la rete anche in dieci contro undici, quando le gambe diventano dure per la fatica, dimostrando che un altro modo di attaccare è possibile.
Bosnia ed Erzegovina - Iran 3 - 1 (Dzeko, Pjanic, Reza, Vrsajevic)
Nigeria - Argentina 2 - 3 (Messi, Musa, Messi, Musa, Rojo)
Honduras - Svizzera 0 - 3 (Shaqiri, Shaqiri, Shaqiri)
Ecuador - Francia 0 - 0
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