
In molti, assistendo all'umiliazione della Spagna, hanno gongolato: non tanto o non solo per avversione nei confronti della Nazionale iberica in sé, dei suoi calciatori e del suo allenatore (di cui si può dir tutto ma non che non abbia una faccia simpatica), quanto per odio del cosiddetto tiki taka, lo stile di gioco più ammirato e imitato (con scarso successo) degli ultimi anni.
Per la verità, i nemici del tiki taka è da un po' che gongolano: da quando il Barcellona (dove questo stile è nato) ha smesso di dominare la scena mondiale. Ogni sconfitta dei blaugrana, così come ogni insuccesso della roja (che è un po' un Barcellona indebolito dall'assenza di Messi, compensata dalla presenza di alcuni campioni del Real) è stato salutato, in questi ultimi anni, da un grido di esultanza e da un ghigno cattivo dei nemici del tiki taka.
Che si goda della sconfitta di un avversario, di un rivale, ci può stare. Il Barcellona e la Spagna hanno dato dispiaceri a molti, in tutto il mondo, dall'Inghilterra (Manchester United, Chelsea, senza dimenticare l'Arsenal della finale di Champions del 2006) all'Italia (Nazionale, Milan), dalla Germania (Nazionale) al Brasile (Santos), dall'Argentina (Estudiantes) alla Francia (Nazionale, PSG).
Che del tiki taka si critichi la bellezza o, ancor più, l'efficacia e l'utilità, è diverso: pone l'avversione su un livello diverso e richiede un'argomentazione. Lascio quest'ultima a chi sostiene questa causa, tenendo per me la parte dell'avvocato difensore. Mi sembra particolarmente opportuno affrontare questo discorso adesso: all'indomani di un'eliminazione concente dai Mondiali e dopo una stagione senza successi (se escludiamo la supercoppa di Spagna) del Barcellona, che paradossalmente è stata generosa di soddisfazioni per due fra le sue più accese rivali: l'Atletico e il Real. Oggi che le campane suonano a morto, decretando il tramonto di un'epoca (le epoche calcistiche, va detto, durano meno di quelle di altri settori) e di uno stile di gioco.
A difendere il tiki taka, più che le parole, stanno i numeri: limitandoci alla gestione Guardiola (2008-2012), il Barcellona ha vinto tre volte (consecutivamente) la Liga (dal 2009 al 2011), due volte la Coppa del Re (nel 2009 e nel 2012), tre volte (consecutivamente) la Supercoppa di Spagna (dal 2009 al 2011), due volte la Champions League, la Supecoppa Europea e la Coppa del Mondo per Club (2009 e 2011). Fanno, in totale, quattordici trofei (in quattro stagioni), di cui sei internazionali. Tralasciamo i piazzamenti.
Nello stesso periodo, tra il ciclo di Aragones e quello di Del Bosque, la Spagna ha vinto tutto ciò che c'era da vincere (Europei nel 2008 e nel 2012, Mondiali nel 2010) eccetto le Confederations Cup del 2009 e del 2013. Tralasciamo i piazzamenti.
Più di così, verrebbe da dire, si muore. Bisogna riconoscere che Barcellona e Spagna, nell'ultimo decennio, sono state le squadre più vincenti e, allargando il campo d'osservazione all'intera storia del calcio, dobbiamo riconoscere che i loro cicli recenti sono fra i più vincenti che si conoscano, in assoluto.
Una possibile obiezione che si potrebbe muovere a questo argomento è che le vittorie, per lo meno queste, non sono figlie di una filosofia di gioco, quanto della intrinseca forza dei giocatori che le hanno ottenute. Effettivamente, nessuno può negare che la Spagna abbia prodotto, negli ultimi 10-15 anni, una vera generazione di fenomeni, giunta a piena maturazione nella seconda metà degli anni 2000. Ciò spiegherebbe varie cose: in primis, come mai allenatori diversi per età, cultura calcistica e storia personale (e perfino nazionalità, se vogliamo estendere il discorso anche a Rijkaard) abbiano vinto, con straordinaria sincronia, quasi tutto quel che c'era da vincere; spiegherebbe, inoltre, il perché della recente flessione di entrambe le squadre, che tanti salutano con gioia: semplice invecchiamento di una generazione di calciatori, eccezionali ma non eterni.
Corollario di quest'idea, per cui i meriti di queste vittorie sono dei calciatori, è che essi abbiano ottenuto i successi sopraelencati non ostante uno stile di gioco inefficace: che cosa avrebbero fatto se fossero stati diversamente educati? Se invece di un Guardiola avessero avuto, ad allenarli, un Ferguson, un Mourinho, un Ancelotti?
Non lo sapremo mai, ovviamente. Nessuno ci vieta di immaginare una storia del calcio diversa, ma un fatto è certo: in termini di numeri, è molto difficile pensare che essi avrebbero potuto ottenere di più, senza tiki taka, di quanto non abbiano ottenuto con il tiki taka, per il semplice fatto che hanno vinto quasi tutto.
Nessuno, in passato, ha fatto meglio: dovremmo pensare che mai un grande allenatore, con un'idea di gioco efficace, abbia incontrato dei grandi calciatori, il che non può essere vero.
Denigrare il tiki taka significa semplicemente andare contro la storia del calcio, poiché il ciclo catalano-spagnolo vi entra di diritto. Se i protagonisti di queste due squadre avessero davvero dovuto giocare, oltre che contro avversari eccezionali (i primi che mi vengono in mente: Buffon, Pirlo, Rooney, Giggs, Lampard, Gerrard, Terry, Ronaldo, Van Persie, Robben, Klose), anche contro tecnici incapaci e un gioco a perdere, allora saremmo in presenza di extraterrestri della pedata. Molti sono fenomeni, è vero, ma la storia del calcio è ricca di squadre imbottite di grandi calciatori sconfitte da compagini più modeste, quanto a individualità, ma più pragmatiche e meglio assortite: il Brasile del 1982, la stessa Spagna in molte occasioni e, per molti anni, l'Inter di Moratti, il Chelsea di Abramovich e il Real Madrid dei Galacticos che, fra il 2002 e anni piuttosto recenti, ha vinto meno di quel che ci si sarebbe potuti aspettare da campagne acquisti faraoniche. Per non parlare di PSG e Manchester City, le "nuove grandi" che, pur avendo cominciato a vincere, ancora debbono arrivare a certi livelli (ne hanno la possibilità).
La verità è che il gioco nasce dalle idee del tecnico applicate ai giocatori: con questa generazione di calciatori, di piedi sopraffini e di superba intelligenza tattica (Iniesta, Xavi, Fabregas, Silva, Alonso, Messi), questo stile di gioco ha funzionato alla grande.
Nel bilancio dei pregi e dei difetti, dei vantaggi e degli svantaggi, a me pare che questa soluzione di gioco ci abbia permesso di vedere un calcio straordinario: non perché lezioso (come qualcuno sostiene), ma proprio perché pragmaticamente concreto (sarebbe lezioso e suicida, probabilmente, con altri interpreti).
Con ciò non intendo denigrare gli altri stili e gli allenatori che li praticano: il tiki taka non è la soluzione per tutte le stagioni e non è, necessariamente, il futuro del calcio. È stata la cifra stilistica di una scuola, di un gruppo, di una corrente. Di due squadre, dei loro interpreti e dei loro condottieri (senza dimenticare il povero Tito Vilanova). Le ha portate, Barcellona e Spagna, a essere due fra le più grandi squadre che io ricordi di aver visto giocare: le altre sono il Milan di Sacchi-Capello e il Real Madrid, a cavallo fra gli anni '90 e il decennio successivo.
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