Gli ottavi di finale più combattuti e incerti che io ricordi hanno esibito alcune costanti, alcune delle quali possono essere attribuite anche alle partite seguenti di questa rassegna.
Stando ai numeri, hanno vinto le squadre più forti: nessuna compagine arrivata seconda nel proprio gruppo è approdata ai quarti.
Hanno vinto le squadre che hanno attaccato di più: il Brasile, contro il Cile, ci ha provato dall'inizio alla fine. i cileni, nel finale dei tempi regolamentari e nell'extra time, ha pensato soprattutto a difendersi, sia pur sfiorando la clamorosa vittoria con la traversa di Pinilla; l'Algeria, contro la Germania, ha cominciato attaccando e creando occasioni più dei tedeschi, ma pian piano l'ostinata e ferrea volontà teutonica è venuta fuori. La Germania ha fatto un gran possesso palla e, alla fine, ha sicuramente attaccato di più. L'unica vera eccezione, forse, è stato Costa Rica - Grecia, in cui mi pare davvero che i greci qualcosa di più, in termini di gioco, l'abbiano fatto. La differenza, in questo caso, l'hanno fatta i portieri.
Il mio amico Fefè dice che questi mondiali sono bellissimi: è sicuramente vero che sono equilibrati. I valori, vuoi per assenza (fino ad ora) di squadre stratosferiche, vuoi per una generale crescita a livello tecnico, atletico e tattico, sono piuttosto livellati. Innanzi tutto, a me pare che tutte le squadre giochino in modo più o meno simile: caratteristiche dei singoli giocatori e moduli tattici costituiscono delle piccole varianti a un approccio che non varia più di tanto. Anche per questo, forse, il copione delle partite è stato più o meno costante, con un'impennata di emozioni nel finale e, nel caso, nei supplementari. Questo livellamento è figlio del meticciato, etnico e culturale. Una volta le nazionali erano geneticamente e culturalmente più omogenee di ora. Oggi la componente mutietnica fa sì che le qualità fisiche africane, per esempio, siano presenti in molte nazionali: Italia, Portogallo, Germania e soprattutto Francia. Estro e tecnica brasiliani non sono prerogativa dei soli padroni di casa: la Spagna si era presentata all'appuntamento con un attacco costruito su Diego Costa, che aveva tradito Scolari e i suoi, e l'Italia è qualche anno che fa giocare Thiago Motta. Il valzer dei commissari tecnici, le migrazioni dei popoli e le naturalizzazioni (queste ultime, quando sono pragmaticamente orientate a giocare in questa o in quella nazionale, non mi piacciono) producono il meticciato calcistico. Il meticciato assimila gli stili e avvicina i livelli. Intendiamoci: non si è ancora arrivati a un livellamento completo, infatti il Mondiale lo vincerà una delle solite note: che lo abbia già vinto (Argentina, Brasile, Francia, Germania) o che lo abbia sfiorato più volte (Olanda). Non vedo effettive chance per le outsider: né per il Costa Rica dei caneadi, né per Colombia e Belgio, tecnicamente più attrezzate.
Equilibrio ed emozioni non significano necessariamente qualità. Il calcio migliore, ne sono convinto, si gioca non (più) ai Mondiali, ma in Champions League. Le squadre di club più forti, attraversando confini e spendendo cifre considerevoli, allestiscono rose che sono ormai (e non da oggi, credo) più forti di quelle delle Nazionali (illustri giornalisti preconizzavano questo momento in tempi quasi non sospetti). in più, le squadre di Club hanno il vantaggio di giocare insieme tutte le settimane, allenarsi tutti i giorni. Sono più affiatate e sincronizzate. E i calciatori migliori, con buona pace del mio amico brasiliano Thiago (il quale sostiene che Zidane in Brasile non avrebbe fatto carriera), prima o poi vengono tutti a giocare in Europa, perché è qui che si guadagna di più ma anche perché è qui che si affrontano e si vincono le sfide più stimolanti.
Quando dico che giocano tutti allo stesso modo mi baso su un'impressione ma anche sull'osservazione di fenomeni ricorrenti. Per esempio, i contropiedi: non ricordo, fino a oggi, molti gol segnati con un giocatore che arriva, indisturbato, davanti al portiere, lo dribbla e segna a porta vuota; oppure passa a un compagno che lo segue, sull'altro lato dell'area, smarcato; oppure lo supera con un pallonetto. Questa situazione di gioco è piuttosto comune, in generale: la mia memoria di spettatore è piena di immagini di questo tipo ma non provenienti da questo Mondiale. E' vero: ho visto molte meno partite che non nelle passate edizioni e so di espormi agli affondi del mio amico Federico (Sorrentino), che è un archivio vivente di dati sul calcio. Sbaglierò, ma ho l'impressione che il gioco, almeno qui ai Mondiali, stia un po' cambiando.
Un'altra impressione che ho riguarda il comportamento dei calciatori: simulano, fanno anche fallacci, ma sono meno rissosi che in passato. Forse è il timore della gogna mediatica, di essere bollati dagli storici con epiteti poco piacevoli, oppure di subire squalifiche esemplari, come è capitato a Suarez. Si parla coprendocisi la bocca, per evitare la moviola del labiale e si è resta più calmi, almeno in apparenza.
Le novità del regolamento che ho visto applicare sono tre: la bomboletta spray, il time out e i sensori sulla linea di porta.
La bomboletta è una nota di colore ma probabilmente è anche utile, soprattutto all'arbitro. Mi sembra un'innovazione non fondamentale, ma abbastanza utile e applicabile anche al calcio di livello minore, senza grandi difficoltà.
I sensori sulla linea di porta dovrebbero dirimere le possibili contese sui gol fantasma. Ci riusciranno? Resterà il margine per i dubbi? Se così non sarà, ben venga questa tecnologia. L'elaborazione grafica televisiva mi riporta alla mente l'antico telebim di Italia '90 e quasi mi viene da chiedermi: cos'è cambiato negli ultimi 24 anni? Spero che la tecnologia che si nasconde dietro tali elaborazioni sia davvero efficace. in ricerche di questo tipo, lo so per certo, si sono spesi milioni di euro. Ad ogni modo, la vera evoluzione, per me, dovrebbe essere intellettuale: accettare l'errore e credere alla buona fede degli arbitri. L'errore, che si cerca di eliminare, è ineliminabile: possiamo ridurne lo spazio vitale, niente di più. Arbitri che, in buona o in mala fede, condizioneranno il risultato delle partite, in tal caso rovinandole, ci saranno sempre. Accettarlo, come si accettano la pioggia o i terremoti, le malattie e le zanzare, sarebbe un passo avanti nella cultura sportiva. Anche perché questa tecnologia, che tanto ci piace al Mondiale, difficilmente potrà essere estesa a una Lega Pro o a un campionato uzbeko.
Il time out può essere utile ma dvrebbe essere usato sempre. Dovrebbe far parte del normale andamento della partita e dovrebbero essere gli allenatori, uno per tempo, a richiederlo, quando vogliono: se io lo chiedo nel primo tempo, il mio collega può chiederlo, a sua discrezione, nel secondo. L'introduzione del time out, inoltre, mi suggerisce anche una nuova riforma, che auspico da anni: il tempo di gioco esatto, come negli sport americani. Ci risparmieremmo il teatrino delle perdite di tempo, con conseguente corollario di litigi e cartellini.
Oggi si giocano Francia - Germania e, in serata, Brasile - Colombia. Mi piacerebbe vedere coi francesi (in assenza di tedeschi) la prima, coi brasiliani la seconda. In entrambi i casi, nel silenzio del mio cuore, tiferò per le loro avversarie.
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