martedì 8 luglio 2014

Il teorema di Thiago

Grenoble, 8 luglio 2014

La tentazione di pensare alla storia è forte. In campo, fra poche ore, scenderanno le due nazionali che più di tutte sono andate in fondo a questa manifestazione, edizione dopo edizione. All'attivo hanno quattordici finali, sette a testa, ma il Brasile ne ha perse solo due, la Germania 4 (l'ultima vittoria risale esattamente a 24 anni fa: 8 luglio 1990). Il conto potrebbe essere in parità se solo i tedeschi, a Yokohama (2002), l'avessero spuntata su Ronaldo e compagni.
Le ragioni per cui io tiferò Germania sono molteplici e alcune di queste, più che al fatto sportivo, attengono alla mia storia personale. La Germania, per me, resta una stella polare, anche se il progetto di andarci a vivere, a lavorare, pare tramontato. E' una montagna che non sono riuscito a scalare: non fino alla vetta.
La Germania è il Paese in cui, per la prima volta lontano da casa, mi sono sentito per la prima volta un uomo adulto. L'ho sentita così mia che, nei viaggi fra Heidelberg e Roma che ho compiuto fra il 1998 e il 1999, non sapevo mai quale fosse la partenza e quale fosse il ritorno. Lasciavo casa per andare a casa.
La Germania è il Paese in cui ricordi di aver pianto per la prima volta da maggiorenne. Ero appena arrivato alla Rehaklinik situata sul Koenigstuhl, "il trono del re", una collina sulle cui pendici si erge il castello di Heidelberg. Era notte e non si sentiva che il soffio del vento. Sentivo una solitudine nuova penetrarmi le ossa; camminavo nel bosco, senza addentrarmici troppo, e versavo lacrime che non sapevo di avere. L'ultima volta che avevo pianto era stata nel 1994, al primo gol di Roberto Baggio contro la Nigeria.
In Germania ho avuto per la prima volta la sensazione di svegliarmi da un lungo sonno e di avere la mia vita in mano. Si tratta di una sensazione che ho conosciuto diverse altre volte, ma la prima volta avvenne nella primavera del '99.
In Germania ho avuto la mia prima casella di posta elettronica (f.bianco@ix.urz.uni-heidelberg.de), la prima casella webmail (kranio77@hotmail.com, ancora attiva) e il mio primo sito web (di cui non ricordo l'URL).
In Germania ho bevuto la mia prima birra e sfasciato la prima e finora unica automobile di cui sia mai stato proprietario.
In Germania ho imparato (male) il tedesco.
In Germania ho amato e tradito.

In Germania stabilii di ritornare almeno una volta all'anno, per il resto dei miei giorni. Finora ci sono riuscito sempre tranne una volta.
In Germania, nel corso di viaggi successivi al 1999, ho visto partite importanti: buona parte del Mondiale del 2006, compreso (dal vivo) l'esordio degli Azzurri contro il Ghana (2 - 0, Pirlo e Iaquinta); la finale di Euro 2008, cui ho assistito a Friburgo; buona parte di Sudafrica 2010, compresa la finale, in piazza a Francoforte.
Tutto ciò, merita di essere detto, in compagnia di ottimi amici, molti dei quali sono ancora tali.

Ci sono poi altre ragioni, meno sentimentali, per cui sento di dover tifare Germania:

1) sfidando quello che pare un destino già scritto (Brasile campione in casa), ho pronosticato la Germania finalista;

2) la Germania, come ho già scritto, è quella che meriterebbe di più la vittoria finale. La costanza di risultati, fra (innumerevoli) piazzamenti e (poche) vittorie, è davvero ammirevole e parla di un movimento calcistico eccezionale da sempre e in crescita da un quindicennio. Una fase di flessione, l'unica che io ricordi, si è avuta tra la fine degli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio, tra il trionfo europeo del '96 (con corollaio di Pallone d'Oro a Sammer, dopo quello a Matthaeus del '90) e la succitata finale di Yokohama. Negli anni '90, non a caso, si hanno le uniche due edizioni dei Mondiali (1994 e 1998) in cui i tedeschi non siano arrivati fra le prime quattro, dal '66 a oggi. Questi dati non sono casuali: la Germania stava pagando l'esaurirsi di una generazione straordinaria di calciatori, molti dei quali erano avevano vissuto il proprio culmine nella vittoria a Italia '90. Una nuova generazione all'altezza della precedente non era ancora pronta e non lo sarebbe stato, in modo completo, neanche in Corea e Giappone. Quella finale, per me, resta il risultato più casuale nella storia del calcio tedesco degli ultimi 30 anni, favorito da una serie di eliminazioni a sorpresa, di cadute inaspettate che spianarono la strada verso la finale a una Germania non irresistibile (USA ai quarti, Corea del Sud in semifinale).
Dopo quel secondo posto e l'addio di Voeller alla panchina, ci fu la svolta: una nuova generazione di calciatori, di lì a quattro anni, rinvigorì la Nazionale, ringiovanendola e aumentandone il tasso tecnico. Ballack e Klose, già perni in Asia, furono affiancati dai vari Schweinsteiger, Podolski, Lahm. Gente che, otto anni dopo i gol di Grosso e Del Piero (l'uno ex calciatore, l'altro quasi), è ancora lì, a giocarsi l'accesso alla finale;


3) due nazioni rivendicano, ciascuna a suo modo, il primato nel football: l'Inghilterra e il Brasile. L'una per averlo inventato, l'altra per averlo interpretato come nessuno aveva mai fatto. La spocchia inglese è andata affievolendosi coi decenni: decenni in cui sconfitte e delusioni superano, e di molto, i successi e le soddisfazioni. Quella del Brasile è andata crescendo: dopo Pelè (nessuno, a parte lui, ha vinto tre edizioni del Mondiale) abbiamo avuto l'era Ronaldo (nessuno, a parte Klose, ha segnato quanto lui al Mondiale), con altre due vittorie e una finale. I pentacampioni saranno inarrivabili almeno per altre due edizioni della competizione (tre, se dovessero vincere questa). Le vittorie dei verdeoro sono particolarmente importanti per alimentare una convinzione: che il calcio, in definitiva, sia cosa brasiliana. L'ho capito nel 2003, quando ho conosciuto il mio amico Thiago, in Belgio. Thiago mi ha spiegato che in Brasile il calcio europeo è visto come un calcio meno bello, meno interessante e perfino meno impegnativo di quello brasiliano. I brasiliani che vengono in Europa ne incrementano la qualità, ma allo stesso tempo si infiacchiscono, si imborghesiscono a forza di guadagnare sterline o euro. Girano troppi soldi, secondo Thiago.
Il calcio che si gioca in Brasile è più tecnico, più veloce, più grintoso: neppure uno come Zidane, secondo Thiago, avrebbe potuto avere successo in Brasile (però mi pare che Seedorf, a fine carriera, se la sia cavata piuttosto bene): i difensori brasiliani non gli avrebbero mai permesso di mostrare tutte le sue qualità tecniche come ha potuto fare in Francia, Italia e Spagna.
La crepe, in questo teorema, ci sono e sono molte. Non ho tempo per enunciarle tutte.
Basterà dire che, in assenza di altri confronti diretti (se non il Mondiale per Club, cui però non partecipano sempre formazioni brasiliane), i Mondiali rappresentano un'occasione per dimostrare al mondo la superiorità calcistica verdeoro. Per avvalorare il teorema di Thiago.
Questa edizione, poi, sembra fatta apposta: organizzata in Brasile, con una nazionale guidata dai due uomini che hanno dato le due ultime vittorie al Brasile (Parreira, 1994, e Scolari, 2002), si direbbe che sia stata preparata per celebrare la Nazionale di casa e lavare la più grave onta nella storia calcistica di un popolo: il Maracanazo.

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