domenica 6 luglio 2014

Difesa di Prandelli

Grenoble, 6 luglio 2014


Più persone mi hanno chiesto, dopo le dimissioni di Prandelli, chi mi piacerebbe vedere sulla panchina azzurra. La risposta è semplice: Cesare Prandelli.
La schizofrenica Italia è incapace di continuità. Senza pensare ai cosiddetti mangiallenatori, presidenti che cambiano tecnico anche più volte in una stessa stagione, non si può non notare che gli allenatori italiani, su qualsiasi panchina si trovino, resistono meno dei colleghi stranieri: ivi compresi, talvolta, gli italiani che allenano all'estero. Esperienze come quelle di Ferguson (Manchester United), Wenger (Arsenal), Löw (Germania), solo per citare tre esempi, da noi sono semplicemente impensabili.
Una delle ragioni, certo non l'unica, è che da noi i giudizi sono emessi sull'onda emotiva del momento. Si ragiona poco, ci si scorda facilmente del passato e non si pensa con sufficiente lungimiranza al futuro.
In Italia si giudica un CT all'indomani di un grande torneo, facendo uno sbrigativo bilancio della manifestazione, e (in caso di mancata conferma) si sceglie il suo successore con l'unico obiettivo di andare più avanti possibile (magari vincere) la manifestazione successiva, dopo due anni.
Questa tendenza, per altro, è andata accentuandosi: scorrendo il passato dell'Italia troviamo esperienze diverse. Bearzot, per esempio, ha allenato la Nazionale per undici anni, cui ha contribuito senz'altro la vittoria al Mondiale del 1982. Con Vicini si sperava di aprire un ciclo simile: fu interrotto dalla mancata qualificazione agli Europei del '92: dopo una sfortunata trasferta in Russia e un palo di Ruggero Rizzitelli l'Italia si ritrovò a pensare precocemente al Mundial americano. Col grande Azeglio, quanto meno, si provò a programmare al di là dell'immediato. Appena nominato, Vicini chiarì subito che il suo obiettivo era non tanto l'Europeo di Germania del 1988, quanto il Mondiale italiano. La stessa scelta di Vicini, tecnico federale, come CT della Nazionale, esibiva questa volontà da parte dei vertici federali: riportare la Coppa del Mondo in Italia, dopo otto anni, proprio in occasione della finalissima di Roma. Vicini era l'allenatore dell'Under 21: avrebbe dovuto ringiovanire la rosa, ancora debitrice alla fortunata spedizione spagnola, innestando gli elementi migliori dell'Under di Vicini: Zenga, Ferri, Maldini, Giannini, Berti, De Napoli, Vialli (questi ultimi due già presenti in Messico, con Bearzot) e Macini parteciparono a Italia '90 e furono pilastri del ciclo viciniano; altri, come Borgonovo e Francini, fecero comunque qualche apparizione in Nazionale maggiore. Quel che qui importa è che, nell'ottica di un rinnovamento, si scelse un obiettivo non immediato e si decise di sperimentare gli esiti della rivoluzione agli Europei, mettendo in conto una figuraccia (che poi non fu: arrivammo in semifinale).
Non ricordo, dopo di allora, simili tentativi di programmazione, diciamo a medio termine.
Ora, più che mai, ci servirebbe questo: un progetto e la pazienza per realizzarlo. I problemi del calcio italiano, non insolubili, richiedono cure attente e lunghe. A livello di Nazionale ci vogliono pazienza (non sempre si può vincere, soprattutto quando il convento passa materiale non di prima scelta), umiltà (non siamo la nostra bacheca: siamo una nobile decaduta) ed equilibrio (i risultati vanno valutati in base alle potenzialità), fra le altre doti. La conferma di Prandelli sarebbe stata un segno di forza, coerenza e fiducia nel futuro. Sarebbe stata il segno di un cambiamento: non nei nomi, che è facile cambiare, quanto nella mentalità.
Voi direte: Prandelli si è dimesso, non è stato cacciato. Prandelli si è dimesso perché di è sentito sfiduciato: un ambiente graniticamente convinto del suo prosieguo avrebbe potuto convincerlo a non dimettersi o a ritirare le sue dimissioni. Nessuno ci ha provato: credo anzi che queste ultime siano state accolte con un certo sollievo.
Ma tutto ciò non basta: non si può confermare un allenatore solo perché si vuole dare l'idea di un progetto a lungo termine.
Prandelli andava confermato perché è bravo e ha lavorato bene. Meritava, quanto meno, un'altra occasione.
L'argomento più semplice da tirare in ballo per difendere Prandelli è il risultato all'Europeo del 2012. Quel risultato, superiore alle attese (se ci fossimo fermati contro la Germania, in semifinale, avremmo potuto comunque essere soddisfatti), è figlio al cento per cento del calcio prandelliano. Un calcio garbatamente offensivo, cosa che non si vedeva da almeno quindici anni.
Da Sacchi in poi abbiamo avuto allenatori catenacciari: Maldini, Zoff, Trapattoni, Lippi, Donadoni: nessuno di costoro ha dato un'impronta offensiva al gioco italiano. Il gioco difensivo ha dato buoni risultati in alcuni casi (Zoff, Lippi I e, ancora prima, Bearzot), cattivi risultati in altri casi (Maldini, Trapattoni, Donadoni, Lippi II e l'ultimo Bearzot): di fatto, mediamente, l'Italia ha dato quasi sempre del filo da torcere alle avversarie, perdendo spesso ai calci di rigore o ai supplementari. Piacesse o no, quello sembrava essere il solo calcio possibile per noialtri: un calcio basato sulla difesa, poco incline alle goleade, restio a far convivere più di due attaccanti. Nemmeno Sacchi giocava con un tridente vero: Signori, tanto era decentrato rispetto all'area avversaria, che rifiutò di giocare la finale di USA '94. La miglior Nazionale che io abbia visto giocare, quella di Italia '90, pur avendo attaccanti in gran forma (Schillaci e Baggio), non si è mai sbilanciata più di tanto: forse, osando qualcosa in più, Vicini quel Mondiale avrebbe potuto vincerlo. Quando abbiamo avuto due (o più) attaccanti di talento, invece di trovare il modo di farli convivere, abbiamo sempre preferito scegliere fra l'uno e l'altro: Rivera e Mazzola, Baggio e Zola, Baggio e Del Piero, Del Piero e Totti. La nostra forza, più che costoro e i centravanti (un numero nove da cinquanta gol in Nazionale non ce lo abbiamo), è sempre stata la difesa: abbiamo avuto portieri di livello mondiale (Albertosi, Zoff, Zenga, Tacconi, Pagliuca, Peruzzi, Buffon, senza andare troppo indietro nel tempo) e difensori non da meno (Scirea, Cabrini, Gentile, Bergomi, Baresi, Maldini, Cannavaro, Nesta, Zambrotta, solo per citarne alcuni).
Prandelli ha cercato di scardinare alcuni luoghi comuni e di costruire una Nazionale che provasse a giocarsi sempre la partita, piuttosto che aspettare gli avversari: una piccola rivoluzione. Una rivoluzione, va detto, favorita anche da un fatto: i calciatori a disposizione non erano gli stessi che hanno avuto a disposizione gli allenatori precedenti. Difensori e portieri straordinari, all'altezza di quelli nominati (e di altri non nominati), in Italia, non ne abbiamo più. Oggi un Chiellini è dato per fenomeno: a livello internazionale è un buon giocatore, ma nulla più. Gli altri sono degli onesti gregari e non tutti sono sufficientemente bravi per giocare a questi livelli.
Questo, pensando al futuro, vale anche per i portieri. Oggi nel campionato italiano gioca un numero spropositato di portieri stranieri. Capita che uno stesso club abbia due o tre portieri non italiani e il fenomeno comincia a riguardare anche le formazioni giovanili. Portieri italiani all'estero ce ne sono, ma sono in numero inferiore e non sempre riescono ad affermarsi: Flavio Roma e Carlo Cudicini hanno avuto oneste carriere in Inghilterra e in Francia, ma non sono mai stati fra i primi al mondo. Sirigu si sta mettendo in luce al PSG e ha ben figurato all'esordio mondiale, contro l'Inghilterra. Di Vito Mannone (Sunderland, ex Arsenal), che ormai ha 26 anni, non parla più nessuno, mi pare. Dietro Buffon, che rappresenta il culmine (qualitativamente parlando) delle ultime generazioni di portieri italiani, non vedo eredi all'altezza; Perin mi pare faccia ancora grossi errori; potrebbe essere una piacevole sorpresa Scuffet, da cui si attendono conferme (chissà perché in Italia, paese di cognomi con uscita in vocale, abbiamo spesso grandi portieri col cognome in consonante...).
Quali che fossero le ragioni e le condizioni, Prandelli ha operato una innovativa. Creare gioco e, senza andare allo sbaraglio, attaccare. Le condizioni per vincere facendo il catenaccio e affidandosi ai fuori classe della difesa non c'erano più, per cui tanto valeva provare a fare qualcosa di diverso.
All'Europeo le cose sono andate benissimo fino alla finale. Contro la Spagna, più dotata da tutti i punti di vista, il gioco moderatamente offensivo di Prandelli ha prodotto la più cocente sconfitta che, a questi livelli, l'Italia avesse mai patito. L'unica speranza di uscire indenni o sconfitti con onore da quell'incontro era di giocare arroccati in difesa e puntare sul contropiede: contro la Spagna, propositiva e offensiva, si può giocare in questo modo. Diciamolo apertamente: lo 0 - 4 è figlio del gioco e delle scelte di Prandelli, ma senza quelle stesse scelte l'Italia non avrebbe mai giocato quella finale.
Una sconfitta così pesante, tuttavia, dev'essere stata mal digerita, sia dai tifosi, sia dalla federazione, sia dai calciatori stessi. Forse ha traumatizzato lo stesso Prandelli.
L'Italia di due anni dopo, uomini a parte, era molto diversa: meno spregiudicata, meno propositiva, più simile alle Italie del passato. L'Italia che abbiamo visto in Brasile costruiva poco e male, pagava un dazio atletico eccessivo agli avversari, lasciava l'unica punta abbandonata a sé stessa, in avanti. L'esaltazione per qualche passaggio riuscito, nella prima partita, è stata sicuramente eccessiva. Soprattutto, l'Italia vista ai Mondiali era un'Italia senza fisionomia, senza certezze in avanti. Prandelli ha ruotato tutti gli attaccanti a disposizione, arrivandone a mettere quattro insieme per recuperare la partita col Costa Rica (errore madornale: quattro attaccanti e un centrocampo ridotto a un lentissimo e ingabbiato Pirlo sono la morte del gioco) e finendo col solo Cassano (+ Chiellini e Buffon nei minuti finali) contro l'Uruguay.
E' come se Prandelli, piano piano, si sia involuto, inghiottito dal ricordo di quella finale e condizionato da mille pressioni. Ciò non ostante, io credo che il progetto Prandelli, alla base, fosse valido o quanto meno proponibile. Tornando alla sua prima versione, se ne sarebbe potuto recuperare molto per costruire l'Italia del futuro, in vista di Euro 2016.
Difendo Prandelli, dunque, ma non senza ignorarne alcuni errori. Uno di questi è stato il codice etico.
Voler instaurare una disciplina, di per sé, è lodevole, così come l'avere e applicare principi etici. E' giusto cercare di comportarsi in maniera onesta e corretta e per far funzionare un gruppo occorrono regole chiare e, in una certa misura, anche ferree. Di questo codice etico, tuttavia, ci sono due aspetti che non mi hanno mai convinto: 1) il campo di applicazione: va bene non convocare o espellere dalla nazionale chi è protagonista di una rissa fra compagni, chi viola le regole del ritiro, chi manca di rispetto all'allenatore o allo staff tecnico; va altrettanto bene sanzionare chi è protagonista, in campo (con la Nazionale o anche col proprio Club), di episodi gravi, al di fuori dell'ordinaria amministrazione: non è possibile, tuttavia, far rientrare in questo codice qualsiasi motivo di squalifica, da una gomitata in una situazione di gioco concitata a una caduta in area sospetta. Queste cose sono all'ordine del giorno e, entro certi limiti, debbono morire col triplice fischio dell'arbitro. Se c'è da dare qualche punizione ulteriore, ci pensi il giudice sportivo, non il ct della Nazionale; 2) avere reso pubblico questo codice etico ha messo Prandelli in una scomoda e svantaggiosa situazione: non essere libero di decidere liberamente e arbitrariamente (cosa che era pagato per fare) ma di dover di fatto cogestire questo codice con l'Italia intera. Ciascuno ha passato alla moviola ogni decisione disciplinare di Cesare, imbastendo anche ipotesi piuttosto bislacche (il favoritismo nei confronti di certi calciatori, poiché militano. Ciò ha sicuramente alimentato malumori, anche all'interno del gruppo, ed esercitato pressioni.
Quel che invece ho apprezzato, pur non condividendo alcuni dettagli tecnici, è la questione delle convocazioni: Prandelli, piuttosto che operare delle scelte di convenienza, ha dato retta al proprio istinto e ha chiamato chi pensava che gli potesse garantire le migliori garanzie. Non credeva al pieno recupero di Rossi e si è arrischiato a non portarlo, nell'incredulità generale.
Sapeva, Prandelli, che scelte coraggiose, controcorrente e personali (puntare tutto su Balotelli) gli sarebbero potute costare la carriera in Nazionale: sentendo di aver perso le proprie scommesse e di aver perduto la credibilità di chi dovrebbe seguirlo, ha preferito farsi da parte. E' comprensibile.
Torno dunque alla domanda di partenza: chi mi piacerebbe vedere sulla panchina azzurra?
Posto che il Prandelli bis non è possibile, mi piacerebbe vedere qualcosa di diverso. Mi piacerebbe che si ipotizzasse, per esempio, un allenatore straniero. Mi piacerebbe un Van Gaal, che non ha paura di prendere decisioni coraggiose.
Non credo, tuttavia, che la FIGC affiderà la panchina italiana a uno straniero: non fa parte della nostra tradizione (se escludiamo la breve cogestione Herrera/Valcareggi, negli anni '60) e in Italia, più che altrove, la tradizione conta molto.
Restando sugli italiani, l'ipotesi che mi affascina di più ha il volto un po' triste di Luciano Spalletti. Ovunque sia stato, ha praticato un bel gioco e ha valorizzato i calciatori che aveva; a Roma e a San Pietroburgo ha vinto ma non è né un allenatore vecchio né appagato; non è un catenacciaro e potrebbe dunque tornare, mutatis mutandis, all'idea di calcio del primo Prandelli.

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